Dal dl Energia alle concessioni idroelettriche: parla Peluffo (Pd)

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di Giada Scotto

ROMA (Public Policy) – Il decreto Bollette appena varato dal Governo, con i discussi interventi su Ets e Irap. Ma anche il disegno di legge di delega in materia di nucleare, su cui si sono da poco concluse le audizioni in commissione. E poi la rimodulazione delle risorse Pnrr destinate alle Cer, l’eventuale proroga della permanenza della nave rigassificatrice nel porto di Piombino, e la scadenza delle concessioni idroelettriche.

Questi alcuni dei temi di cui abbiamo discusso con il vicepresidente della commissione Attività produttive della Camera e deputato del Partito democratico, Vinicio Peluffo.

D. Quali sono le priorità per il Pd in ambito energetico?

R. Le priorità del Partito democratico in materia energetica si possono riassumere in tre assi strategici. Per prima cosa, ridurre strutturalmente il costo dell’energia. Non con interventi una tantum, ma intervenendo sulle cause che rendono l’Italia strutturalmente più cara di Francia, Spagna o Germania: il meccanismo di formazione del prezzo elettrico ancora troppo legato al gas, la stratificazione degli oneri in bolletta, la scarsa trasparenza su alcune componenti regolatorie e la debolezza di strumenti di stabilizzazione come i Ppa.

In secondo luogo, serve accelerare la transizione come leva industriale. Rinnovabili, accumuli, reti, comunità energetiche, elettrificazione dei consumi non sono solo politiche climatiche, ma strumenti per abbassare il Pun nel medio periodo e ridurre la volatilità. Lo abbiamo detto in tutte le nostre mozioni e risoluzioni: competitività e decarbonizzazione devono procedere insieme.

Terzo punto: equità e tutela sociale. La transizione deve essere sostenibile per le famiglie vulnerabili e per le pmi. Il tema della povertà energetica e del sostegno strutturale alle imprese, energivore e non energivore, è centrale.

D. Il decreto appena varato dal Governo risponde, secondo lei, ad alcune di queste priorità?

R. Il decreto varato dal Governo intercetta solo marginalmente queste priorità. È prevalentemente un decreto compensativo, non riformatore. Non interviene in modo organico sul meccanismo di formazione del prezzo, non ridisegna la struttura degli oneri, non presenta un piano pluriennale per ridurre il differenziale di costo con gli altri Paesi europei. Anche sul fronte delle famiglie, le risorse sono ottenute in larga parte spostando fondi già esistenti – in particolare proventi Ets e capitoli destinati alla transizione – senza nuove risorse strutturali. Questo significa tamponare oggi, ma indebolire la capacità di investimento domani.

D. Nel decreto Bollette è previsto, tra le altre cose, un rimborso per i costi Ets sostenuti dai produttori di energia termoelettrica. Il Pd ha parlato di una decisione che allontana l’uscita dalle fonti fossili e che introduce una distorsione nel mercato europeo, e ha chiesto al Governo di correggere la norma. Ci può spiegare perché?

R. Il punto è molto semplice: l’Ets nasce per attribuire un prezzo alla CO2 e incentivare la riduzione delle emissioni. Se si rimborsano ai produttori termoelettrici a gas i costi Ets sostenuti, si attenua proprio quel segnale economico che dovrebbe spingere il sistema a investire in tecnologie più pulite.

Dal punto di vista tecnico, il dossier parlamentare evidenzia che il rimborso è finanziato tramite una componente applicata ai prelievi di energia elettrica. In sostanza, l’onere ricade sul sistema e quindi sugli utenti finali. La stessa Relazione tecnica del decreto stima che, ipotizzando un rimborso medio di circa 30 euro/MWh su 110 TWh di produzione, il costo potenziale per il sistema possa arrivare a circa 3,3 miliardi annui a partire dal 2027. Sono cifre significative.

C’è poi un profilo europeo: l’efficacia della misura è subordinata all’autorizzazione preventiva della Commissione ai sensi dell’articolo 108 del Tfue, trattandosi di un possibile aiuto di Stato. La nostra posizione è chiara: le risorse Ets devono prioritariamente finanziare decarbonizzazione industriale, reti, accumuli, innovazione e strumenti sociali per contrastare la povertà energetica. Non devono diventare uno strumento per mettere in sicurezza il fossile. L’urgenza, semmai, è intervenire sull’eccessiva finanziarizzazione dello strumento e sui suoi elementi distorsivi.

D. Lei pensa che sia necessaria una revisione al livello europeo dei meccanismi Ets e Cbam?

R. Una riflessione europea è certamente necessaria, ma con equilibrio. Sull’Ets bisogna garantire due cose: efficacia climatica e sostenibilità economica e sociale. I proventi Ets devono essere utilizzati in modo coerente con la transizione e con la competitività industriale europea. È legittimo discutere di stabilità dei prezzi della CO2 e di coordinamento con il Fondo sociale per il clima, ma senza snaturare lo strumento.

Sul Cbam, il punto centrale è evitare il carbon leakage e garantire che le imprese europee non siano penalizzate rispetto a produzioni estere più inquinanti. Serve un’applicazione semplificata e pienamente coordinata con la politica industriale europea. In sintesi: sì alla revisione, ma per rafforzare la coerenza tra clima, competitività industriale e coesione sociale. Non per indebolire l’ambizione climatica, bensì per rafforzare la transizione tecnologica.

D. Sempre nel decreto Bollette, è previsto un aumento di due punti percentuali dell’Irap per le aziende produttrici di energia a sostegno di un taglio degli oneri in bolletta per le pmi. Cosa che pensa?

R. Il decreto prevede un aumento temporaneo dell’aliquota Irap dal 3,9% al 5,9% per i soggetti del comparto energetico nel 2026 e 2027, destinando il gettito alla riduzione della componente Asos per alcune utenze non domestiche. L’obiettivo di alleggerire le bollette delle pmi è condivisibile, ma anche qui siamo di fronte a un intervento redistributivo interno al sistema.

Ci sono due rischi. Il primo è la traslazione: parte dell’aumento di imposta può essere riversata sui prezzi, riducendo il beneficio netto per le imprese. Il secondo è la temporaneità: una misura di due anni non offre stabilità programmatoria. Quando diciamo che serve una riforma strutturale degli oneri e una revisione del meccanismo di formazione del prezzo, intendiamo misure molto concrete.

D. E quali sono, secondo lei, gli interventi da mettere in campo per una riforma strutturale degli oneri di sistema?

R. Oggi in bolletta convivono costi di natura molto diversa: sostegno alle rinnovabili storiche, bonus sociali, componenti parafiscali, agevolazioni per energivori, costi di rete e di sistema. Il risultato è una struttura opaca e regressiva.

Una riforma strutturale dovrebbe prevedere in primis una separazione netta tra politiche sociali e bolletta: il bonus sociale e gli strumenti di contrasto alla povertà energetica devono essere finanziati stabilmente dalla fiscalità generale, non caricati sulla componente energia pagata da famiglie e pmi. Serve poi una graduale fiscalizzazione degli oneri impropri: tutte le componenti che non hanno relazione diretta con il consumo energetico (ad esempio misure di politica industriale o incentivi non più coerenti con il mercato attuale) devono uscire progressivamente dalla bolletta. E poi una revisione delle agevolazioni energivori in chiave europea, garantendo competitività ma evitando che il costo venga scaricato in modo sproporzionato su pmi e famiglie, e maggiore trasparenza regolatoria su Rab, Wacc e remunerazione delle reti, con un rafforzamento dei poteri di vigilanza pubblica. L’obiettivo è ridurre in modo stabile il peso strutturale della bolletta elettrica italiana, non redistribuirlo anno per anno.

D. E sulla revisione del meccanismo di formazione del prezzo, come si dovrebbe intervenire?

R. Oggi il prezzo dell’energia elettrica all’ingrosso è determinato dal criterio marginalista: l’ultima centrale necessaria a soddisfare la domanda – spesso a gas – fissa il prezzo per tutti. Questo meccanismo, in un sistema con alta dipendenza dal gas, genera volatilità e prezzi più elevati rispetto ai costi medi di produzione.

Le misure strutturali dovrebbero essere il disaccoppiamento progressivo tra prezzo dell’elettricità e prezzo del gas, in sede europea, attraverso meccanismi di doppio mercato o contratti per differenza (CfD) per le rinnovabili; lo sviluppo massiccio dei contratti a lungo termine (Ppa), con garanzie pubbliche o strumenti di copertura per pmi, così da stabilizzare i prezzi nel medio periodo; l’estensione e il rafforzamento dell’energy release e del gas release, rendendoli strumenti permanenti e non emergenziali. E poi investimenti accelerati su accumuli e reti, perché senza capacità di stoccaggio la penetrazione delle rinnovabili non si traduce in riduzione stabile del Pun. Infine, una maggiore integrazione europea dei mercati elettrici, rafforzando le interconnessioni per ridurre il differenziale strutturale con Francia e Spagna.

Sintetizzando, non serve un intervento fiscale temporaneo che sposta il peso. Serve cambiare l’architettura del sistema: se non interveniamo su oneri e formazione del prezzo, continueremo a inseguire l’emergenza con misure annuali. Se interveniamo strutturalmente, possiamo ridurre il costo dell’energia in modo permanente e rafforzare la competitività industriale del Paese.

D. In commissione Attività produttive è in corso l’iter del ddl di delega al Governo in materia di energia nucleare. Nel corso del ciclo di audizioni che avete appena terminato sono emerse posizioni differenti: da un lato, è stato sottolineato come il nucleare rappresenti una risorsa non alternativa ma complementare alle rinnovabili, da inserire necessariamente nel mix in quanto le rinnovabili da sole non sarebbe in grado di far fronte all’aumento dei consumi energetici, in primis per il problema della loro intermittenza. Dall’altro lato, però, sono state evidenziate anche varie criticità nel ritorno al nucleare, a partire dalla mancata risoluzione del problema del deposito nazionale delle scorie. È stato poi anche sottolineato come gli Smr, su cui si punta anche nel ddl, non siano ancora disponibili su scala commerciale, per cui risulta difficile stabilirne sicurezza, costi ecc. Lei cosa ne pensa? Ci sono condizioni soddisfatte le quali, secondo lei, varrebbe la pena tornare al nucleare?

R. Credo che il dibattito sul nucleare debba essere affrontato con pragmatismo. Oggi le leve che possono ridurre le bollette e la dipendenza dal gas entro il 2030 sono rinnovabili, accumuli, reti, flessibilità e Ppa. Sono strumenti già disponibili.

Sul nucleare, e in particolare sugli Smr, abbiamo tre questioni aperte: non esiste ancora una disponibilità commerciale consolidata su larga scala; non abbiamo risolto il nodo del deposito nazionale delle scorie; e non c’è ancora una quantificazione credibile dei costi reali, inclusi decommissioning e assicurazioni. Se si vuole discutere seriamente, servono condizioni precise: piano sul deposito, valutazioni indipendenti su costi e tempi, governance industriale chiara e risorse adeguate. E soprattutto, il nucleare non può diventare un alibi per rallentare rinnovabili e accumuli.

D. Nel decreto Pnrr che sta iniziando il suo iter in Parlamento si disciplinano i programmi di sovvenzione Pnrr per la realizzazione delle Cer dopo che, nell’ambito della sesta revisione del Pnrr, il Governo ne ha rimodulato la dotazione portandola da 2,2 miliardi a 795,5 milioni. Il Mase ha spiegato che si tratta di un taglio per riallineare i fondi all’effettivo fabbisogno e alle tempistiche di realizzazione entro il 2026, pur a fronte di una forte domanda. Lei pensa che si sia puntato abbastanza su questo strumento?

R. No. Le Comunità energetiche sono uno strumento chiave per una transizione equa e partecipata. La rimodulazione della dotazione Pnrr è stata giustificata dal Governo come riallineamento ai tempi, ma se la domanda è forte, il problema non è tagliare: è rafforzare la capacità amministrativa, semplificare le procedure, accompagnare i territori. Le Cer incidono sulle bollette di famiglie e pmi, generano consenso e sviluppo locale. Meritano stabilità e continuità, non stop and go.

D. A luglio prossimo scadrà la concessione per il rigassificatore di Piombino, un impianto che copre l’8% del fabbisogno nazionale di gas. Snam ha chiesto una proroga di 2 anni e mezzo, spiegando che si tratta del tempo minimo necessario per l’eventuale spostamento della nave in altro luogo, ma il presidente Giani si è detto contrario. La maggioranza ha presentato un emendamento al Milleproroghe che avrebbe potuto aprire alla permanenza del rigassificatore a Piombino. L’emendamento alla fine non è stato votato, ma non si esclude che possa essere ripresentato all’interno di un altro decreto, forse già nel decreto Bollette. Secondo lei come si dovrebbe procedere?

R. Il punto va affrontato con serietà istituzionale e rispetto per la comunità locale. La Toscana ha accettato la nave rigassificatrice in una fase di emergenza energetica nazionale. L’accordo politico e istituzionale era chiaro: si trattava di una misura temporanea, legata a un contesto straordinario, non di una scelta strutturale. Nel corso dell’esame del Milleproroghe, il Partito democratico ha presentato un ordine del giorno per escludere qualsiasi proroga oltre il termine dei tre anni fissato dagli accordi e per garantire finalmente alla città le compensazioni promesse e mai pienamente riconosciute. È stato respinto.

Questo passaggio è molto significativo. Perché oggi il Governo sembra orientato a concedere la proroga senza prevedere nuove compensazioni per il territorio, come lo stesso ministro Pichetto ha lasciato intendere. Si profila così una decisione calata dall’alto: da misura emergenziale a scelta strutturale, senza un nuovo patto con la comunità locale.

La posizione del Pd è lineare: se l’impianto nasce come soluzione emergenziale, deve restare tale. Non si può normalizzare un’emergenza senza una valutazione politica e territoriale approfondita. Qualunque eventuale proroga tecnica deve essere accompagnata da un cronoprogramma vincolante e da compensazioni reali e verificabili. Non generiche promesse, ma misure concrete di sviluppo, investimenti, tutela ambientale e infrastrutturale per Piombino. La sicurezza energetica nazionale non può essere disgiunta dalla coesione territoriale. Non si può chiedere a una città di sostenere un onere permanente senza riconoscere un beneficio permanente.

Inoltre, c’è un elemento strategico che non va eluso: se proroghiamo Piombino senza un disegno complessivo sulla traiettoria del gas nel mix energetico italiano, stiamo implicitamente scegliendo di prolungare la dipendenza dal gas oltre il necessario. Noi pensiamo che la sicurezza energetica sia un valore, ma che non possa essere esercitata in modo unilaterale e senza rispetto degli impegni presi con i territori. Se si cambia la natura della decisione, va riaperto il confronto istituzionale e costruito un nuovo accordo con il territorio.

D. Rimanendo in tema di scadenze, qual è la sua posizione sul rinnovo delle concessioni idroelettriche? Entro il 2029 scadrà l’86% delle concessioni e le opzioni sono sostanzialmente due: o metterle a gara, come ci chiede l’Europa, e qui però c’è chi pone il tema della sicurezza nazionale e anche del pericolo di frammentazione del sistema nel caso in cui gli impianti venissero gestiti da operatori stranieri. Oppure c’è l’opzione di prorogare le concessioni scadute a favore degli attuali operatori, vincolando magari questa proroga a piani straordinari di investimenti nella Regione concedente o a determinate condizioni vantaggiose per la comunità. Ma, in questo caso, c’è chi obietta che la proroga non farebbe altro che mantenere le rendite di posizione di gruppi. Lei cosa ne pensa?

R. L’idroelettrico è un asset strategico nazionale. Non è solo produzione di energia: è gestione dell’acqua, sicurezza del sistema, capacità di accumulo. Una liberalizzazione indiscriminata potrebbe frammentare il sistema. Una proroga senza condizioni perpetuerebbe rendite. La soluzione è legare eventuali proroghe a piani straordinari di investimento, efficientamento, sicurezza, resilienza climatica e benefici per i territori concedenti, garantendo al contempo la compatibilità con il diritto europeo. L’obiettivo deve essere chiaro: più efficienza, più produzione programmabile, più sicurezza, meno rendite. (Public Policy)

@GiadaScotto