di Giada Scotto
ROMA (Public Policy) – Gli interventi da realizzare per frenare la corsa dei prezzi dei carburanti innescata dal conflitto in Iran. Ma anche le misure da mettere in campo per garantire la “sicurezza energetica” dell’Italia in caso di emergenza: il mantenimento in riserva fredda delle centrali a carbone e – forse – anche il ripensamento della norma del decreto Bollette che prevede la vendita delle scorte di gas stoccato. E poi l’incremento della produzione nazionale di gas, di cui “continueremo ad avere bisogno per i prossimi decenni”. E la sfida del nucleare, per “lasciare alle future generazioni un sistema energetico veramente emancipato dal fossile”.
Di questo, e non solo, ha parlato a Public Policy Luca Squeri, segretario della commissione Attività produttive della Camera e responsabile del dipartimento Energia di Forza Italia.
D. Alla luce dei rincari di energia e carburanti scatenati dal conflitto in Medio Oriente, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha detto mercoledì in aula che il Governo sta valutando l’attivazione del meccanismo delle accise mobili. Pensa che sia questa la strada giusta da seguire? E se sì, quanto tempo crede sia necessario aspettare prima di intervenire? In ultimo, pensa sia più opportuno intervenire con un provvedimento “ad hoc” o lavorare in tal senso anche nella fase emendativa del decreto Bollette?
R. Quando si verificano aumenti significativi dei prezzi di benzina e gasolio, l’unico modo per contenere l’eccessivo incremento dei costi è abbassare la componente fiscale, che pesa molto sul prezzo finale alla pompa. E il solo strumento che consente di intervenire appunto sull’aspetto fiscale è quello delle accise mobili, un meccanismo che prevede l’utilizzo dell’extragettito Iva generato dai rincari dei carburanti per ridurre le accise, tentando così di calmierare il prezzo finale.
Bisogna però considerare che, se si intervenisse adesso, a pochi giorni dall’incremento dei prezzi, questo meccanismo porterebbe a una riduzione di 4/5 centesimi di euro al litro, a fronte di un aumento dei prezzi che è stato di circa 20 centesimi per la benzina e di addirittura 40 centesimi per il gasolio. Per questo, credo che, prima di intervenire, bisognerebbe aspettare ancora qualche giorno, una settimana al massimo, per monitorare la situazione e in caso attivarsi.
Sul modo migliore per intervenire, dipende tutto dall’urgenza: se fosse davvero urgente, ritengo sarebbe più opportuno farlo con un decreto ex novo, che è subito efficace, mentre gli emendamenti al decreto Bollette diverrebbero tali solo al termine della conversione in legge del provvedimento, quindi tra oltre un mese.
Questo sarebbe, comunque sia, un intervento da attuarsi nel breve periodo. Se invece l’emergenza dovesse protrarsi, con prezzi che permangono su questo livello o addirittura aumentano, l’altra possibilità che si prospetta è quella di stanziare risorse aggiuntive, come fece Draghi nel 2022, che abbatté direttamente le accise di 30/35 centesimi. La questione però, in questo caso, è il reperimento delle risorse necessarie: non sarebbero certamente poche, ma l’importo dipenderebbe dalla durata dell’emergenza.
Se la situazione nelle prossime settimane dovesse peggiorare, ritengo però che sarebbe necessario intervenire anche a livello europeo per sostenere sia gli automobilisti sia l’intero sistema economico. In questo momento l’attenzione è rivolta soprattutto agli automobilisti, ma in realtà l’aumento riguarderebbe l’energia nel suo complesso: non solo i carburanti, ma anche il gas e, di conseguenza, l’energia elettrica. Per cui la situazione rischierebbe di complicarsi in modo significativo.
D. Tra le misure più discusse del decreto Bollette c’è il rimborso per i costi Ets sostenuti dai produttori di energia termoelettrica. L’opposizione ha parlato di una decisione che allontana l’uscita dal fossile e che introduce una distorsione nel mercato europeo, ma anche nella relazione illustrativa di alcuni emendamenti di Forza Italia si segnalano criticità analoghe. Lei pensa che sia una strada che vale la pena seguire?
R. La risposta è un sì convinto, pur sapendo che non è una strada facile e che dobbiamo aspettare l’autorizzazione della Commissione europea, convincendola delle buone ragioni che abbiamo, senza creare strappi.
Si tratta di una scelta dettata dal differente approccio che abbiamo alla questione energetica: l’obiettivo della decarbonizzazione al 2050 resta assolutamente valido, ma riteniamo che il modo più corretto per raggiungerlo sia un percorso che sia sostenibile non solo ambientalmente, ma anche economicamente e socialmente.
Per essere realistici, bisogna trovare un equilibrio: è chiaro che questo intervento toglie risorse per implementare le fonti rinnovabili, ma non le annulla. E va inoltre a supporto della società. In Italia abbiamo l’onere di avere un mix energetico per la produzione di corrente elettrica fortemente sbilanciato sul gas, e sappiamo che – per effetto del meccanismo del prezzo marginale – è il gas a fare poi il prezzo della corrente elettrica, a condizionare tutto. Per questo si è deciso di togliere il gap che abbiamo con il resto dell’Europa, cioè l’onerosità del gas nella formazione del prezzo della corrente elettrica. Di togliere, quindi, quella che è una tassa che danneggia più l’Italia che altri sistemi.
Lo sbaglio, a mio avviso, è stato fatto a monte, quando si è pensato che le regole per la transizione energetica dovessero e potessero essere uguali per tutti i Paesi, da quelli del Nord Europa ai Paesi mediterranei: non è così. L’obiettivo per tutti è la transizione, ma, poiché ci sono mix differenti, si sarebbe dovuto tener conto di questa differenza, di quanto l’Italia dipenda dal gas, e dunque ragionare in modo tale da non imporre gli stessi ritmi e gli stessi criteri.
D. Nel dl Bollette è prevista la vendita delle scorte di gas stoccato da Gse e Snam per finanziare una riduzione temporanea di alcune componenti tariffarie del gas per le imprese. In un emendamento della Lega si chiede di eliminare questa norma ritenendo che, alla luce della nuova situazione internazionale, sia opportuno preservare le riserve di gas come strumento di sicurezza e stabilità del sistema energetico. Pensa che bisognerebbe ragionare su un eventuale stop a questa norma?
R. Il tema è delicato, perché, se da un lato è giusto cercare di diminuire i costi, dall’altro occorre tenere conto della questione della sicurezza energetica. Quanto sta succedendo in Iran coinvolge dal punto di vista dell’approvvigionamento energetico di gas, sia europeo che italiano, un solo Paese, il Qatar. Il Qatar fornisce circa il 25% del Gnl mondiale: di questo 25%, l’80% è destinato ai mercati asiatici – Cina, India, Corea, Giappone – mentre il restante 20% arriva in Europa, e parte di questo in Italia. Il problema è che abbiamo un deficit nel mercato del Gnl mondiale, e l’area asiatica cercherà forniture dove ce ne sono, per cui potremmo rischiare di avere poi difficoltà nel reperirlo.
Tutto ciò per dire che si tratta di una decisione da valutare molto attentamente. Va bene ridurre i costi, ma esiste anche il rischio di non avere poi energia.
Per questo, io sarei molto cauto nel ridurre le scorte in questo momento. Anche perché, se le diminuissimo, dovremmo ricostituirle ad aprile acquistando gas a prezzi altissimi, per poi venderlo in inverno a costi inferiori rispetto a quelli che abbiamo sostenuto per riempire gli stoccaggi. Questo potrebbe produrre quindi, a posteriori, un ulteriore effetto negativo sui costi del gas.
D. Il dl Bollette interviene anche sullo sviluppo dei data center. Come Forza Italia avete presentato diversi emendamenti per rafforzare le misure previste dal decreto. Ce li può spiegare?
R. Si tratta di emendamenti che vanno nella direzione di semplificare l’iter autorizzativo e la connessione alla rete. Il decreto già prevede la possibilità di ottenere le autorizzazioni con una procedura unica, senza fasi differenti, con l’obiettivo di aumentare la competitività del sistema Italia rispetto a una richiesta di installazione di data center che è sempre più intensa. Più il sistema Paese riesce a dare risposte chiare e veloci, più è competitivo nel creare possibilità per questo tipo di realtà che segneranno il futuro della transizione digitale e anche energetica.
Semplificare, sia chiaro, non vuol dire “tana libera tutti”: vuol dire avere regole chiare per gli operatori e una risposta veloce e certa dal punto di vista dell’amministrazione e delle amministrazioni.
D. Lei è relatore per Forza Italia del disegno di legge di delega al Governo in materia di energia nucleare. Uno delle criticità che è stata più volte sottolineata in audizione è come gli Smr, su cui si punta nel ddl, non siano ancora disponibili su scala commerciale, per cui risulta difficile stabilirne sicurezza, costi ecc. Lei cosa ne pensa? A che punto siamo con queste tecnologie?
R. La settimana scorsa sono stato con una delegazione parlamentare a Darlington, in Canada, dove è in fase di realizzazione, accanto a un sito nucleare con quattro reattori da 900 mw ciascuno, un impianto Smr destinato a divenire il primo operativo nel mondo occidentale.
Gli Smr hanno innanzitutto il vantaggio di garantire una maggiore flessibilità nella realizzazione: a differenza dei grandi reattori, che devono essere costruiti direttamente nel luogo in cui sorge la centrale, gli Smr vengono realizzati in fabbrica e poi trasportati e assemblati sul sito di installazione. Questo consente non solo maggiore flessibilità, ma anche costi più sostenibili. Il fatto che uno Stato così avanzato nel settore nucleare come l’Ontario — dove circa il 60% dell’energia elettrica è prodotta dal nucleare — abbia intrapreso questa strada è già di per sé molto significativo.
Ancora più significativo è stato visitare un’azienda che realizza componenti di dimensioni imponenti per le centrali nucleari e sapere che le turbine utilizzate provengono dall’Italia. Questa è la dimostrazione del fatto che noi avremmo la possibilità e le competenze. Dover andare all’estero per vedere applicata questa eccellenza italiana suscita veramente dispiacere, ed è per questo che abbiamo avviato il percorso per riportare il nucleare in Italia: il disegno di legge di delega è in commissione e spero che entro l’estate ci sia l’approvazione sia alla Camera che al Senato.
Sui tempi necessari affinché questa tecnologia sia disponibile nel nostro Paese, credo si possano stimare circa 10 anni, quindi i primi anni del 2030. Una prospettiva non lontana, se si considera che anche per l’implementazione di grandi opere nel campo delle energie rinnovabili si sente parlare di tempi analoghi. La questione è però iniziare subito e andare avanti con tutto quanto è necessario fare, altrimenti saremo costretti a rinviare ulteriormente. Si tratta, tra l’altro, di un programma coerente con il nostro Pniec, che già individua nel nucleare una tecnologia in grado di dare il suo contributo a partire dai primi anni del 2030. A mio avviso, è un passaggio fondamentale per lasciare alle future generazioni un sistema energetico veramente emancipato dal fossile, obiettivo che non può essere realizzato con le sole fonti rinnovabili.
D. Restando sul tema del nucleare, il 30 marzo scadrà in commissione il termine per le proposte emendative al ddl di delega. Come potrebbe essere migliorato, secondo lei, in fase emendativa?
R. In primo luogo, bisogna sicuramente definire in maniera chiara la costituzione di un’autorità per la sicurezza nucleare che dia le massime garanzie di competenza e indipendenza, così da assicurare e certificare che ogni fase – dalla progettazione all’esecuzione, fino alla gestione – sia affrontata in modo corretto.
È poi necessario investire sulla formazione delle risorse umane destinate a questo settore, prevedendo sinergie con le università e con le scuole di specializzazione.
Ultimo aspetto, ma non meno importante, è quello dell’informazione, perché sul nucleare c’è a mio avviso troppa disinformazione: un conto è essere contrari, un altro è fare disinformazione per cercare di inquinare un confronto che dovrà invece essere scientifico, e non ideologico o politico.
L’informazione sarà dunque un elemento fondamentale, soprattutto per chiarire quali saranno i meccanismi di coinvolgimento delle realtà locali. Credo infatti che, se le realtà locali saranno ben informate – sia dal punto di vista scientifico sia riguardo ai benefici che deriverebbero loro dall’ospitare simili realtà – il tema dell’accettabilità sociale potrà diventare meno complesso. Mi rendo conto che questo sarà l’aspetto più delicato.
D. Il Governo punta a incrementare la produzione nazionale di gas, e come Forza Italia avete presentato anche degli emendamenti al dl Bollette per semplificare l’iter autorizzativo per la ricerca di idrocarburi. Non pensa che questo sia un segnale in contrasto con il percorso di decarbonizzazione che l’Italia è chiamata a portare avanti?
R. Assolutamente no. Attualmente l’Italia dipende per circa l’80% dai combustibili fossili, e chi dice che possiamo farne a meno dall’oggi al domani è scollegato dalla realtà. Per i prossimi decenni continueremo ad avere bisogno di gas e petrolio, per cui dobbiamo fare in modo che anche questo sistema sia efficiente e in grado di dare risposte concrete. Rispetto a quello che sta succedendo, dover penare per cercare il gas, quando in realtà ce lo abbiamo in casa, è veramente un paradosso che va risolto.
Nel 2005 ne producevamo 12 miliardi di metri cubi, dopo vent’anni siamo scesi a poco più di due. Finalmente questo Governo ha invertito la rotta: dobbiamo facilitare l’estrazione di gas, sapendo che l’obiettivo resta quello di farne a meno, ma nel 2050, non domani.
D. Con lo scoppio del conflitto in Iran, il ministro Pichetto è tornato a parlare della volontà di mantenere le centrali a carbone di Civitavecchia e Brindisi in “riserva fredda”, quindi inattive ma pronte a essere riaccese per tornare a produrre elettricità in caso di crisi energetica. Lei è stato tra i firmatari per Forza Italia di un ordine del giorno al dl ex Ilva, accolto con parere favorevole dal Governo, in cui si impegnava l’esecutivo a modificare il Pniec per coordinare la tempistica della chiusura delle centrali a carbone con quella dell’avvio di nuovi impianti elettronucleari, indicando il 2038 come nuova data per il phase-out del carbone. Bisogna tuttavia considerare che il mantenimento in riserva fredda delle 2 centrali avrebbe un costo stimato intorno agli 80 milioni di euro l’anno, e che Enel, che gestisce i due impianti, si è detta sostanzialmente indisponibile a mantenere in vita le due centrali senza un adeguato riconoscimento dei costi sostenuti. Come pensa ci si dovrebbe muovere?
R. La decisione di mantenere disponibili queste centrali è importante, perché consente di avere delle soluzioni a disposizione nel caso in cui dovesse venir meno l’approvvigionamento di gas.
Va però certamente risolto il problema di chi debba sostenere i costi necessari per mantenere attive queste realtà senza che siano operative, e senza che ci sia quindi alcun ritorno economico. È un servizio che viene richiesto a un operatore privato, che avrebbe tutto l’interesse a chiudere l’attività. Se, per motivi strategici, gli viene chiesto di tenerle ancora in vita, è chiaro che lo Stato deve valutare come coprire questi costi di gestione.
L’orizzonte del 2038 indicato nell’ordine del giorno mi sembra un termine ragionevole per capire cosa succede, sperando chiaramente che, andando avanti, venga meno la necessità di mantenere disponibili queste centrali. L’obiettivo resta quello di tenere in equilibrio sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità economica e sostenibilità ambientale. Ma La sicurezza energetica resta il primo aspetto su cui porre l’attenzione, la prima necessità da soddisfare. (Public Policy)
@GiadaScotto





