di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – Nella “democrazia illiberale” ungherese si possono anche vincere le elezioni politiche battendo chi è al potere e governa tv, università, istituzioni. Ci è riuscito Péter Magyar, orbanista pentito, che ha vinto con il suo partito, Tisza, contro Viktor Orbán e lo ha mandato a casa dopo 16 anni di governo. A niente è servito ricevere la visita o il supporto di Donald Trump, J.D. Vance, Benjamin Netanyahu, Marine Le Pen, Alice Weidel, eccetera.
L’Ungheria per anni, nonostante gli appena nove milioni e mezzo di abitanti, è stata un punto di riferimento fortissimo della destra sovranista mondiale. Anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il leader della Lega Matteo Salvini hanno sostenuto Orbán, a capo di quell’Ungheria che è un ricevitore netto di fondi dall’Unione, a differenza dell’Italia che è un contributore netto. Orbán in questi anni ha ostacolato e attaccato la mano europea che ha nutrito lui e il suo Paese, alleandosi con chi, come Vladimir Putin, pianifica l’indebolimento sistematico dell’Ue. La sua sconfitta è una buona notizia per le sorti della democrazia liberale. Un po’ meno buona per i suoi supporter all’estero, che con le loro gite a Budapest hanno alimentato l’idea che, da destra, fosse accettabile fare un’intera campagna elettorale contro l’Ucraina e Zelensky. Come se c’entrassero qualcosa con il destino degli ungheresi.
“L’illiberalismo non è inevitabile”, scrive Anne Applebaum su The Atlantic: “Sapendo che non avrebbe potuto vincere se si fosse limitato a Budapest e alle altre grandi città, Magyar ha girato il Paese dal 2024, visitando piccole città e villaggi, molti dei quali più di una volta. Negli ultimi giorni della campagna, teneva cinque o sei comizi al giorno. Ha evitato i temi che Orbán ha scelto di promuovere – la politica globale, la guerra in Ucraina, la teoria del complotto secondo cui l’Ucraina sarebbe in qualche modo collusa contro l’Ungheria o potrebbe addirittura invaderla – e ha concentrato i suoi discorsi elettorali e i social media sull’economia, la sanità e le scuole. Essendo lui stesso un ex membro di Fidesz, è riuscito a parlare con ancora più convinzione della corruzione del partito. Si è presentato come parte del centro-destra europeo, democratico e rispettoso della legge. Ha sventolato un sacco di bandiere ungheresi, proprio come i suoi sostenitori”.
Adesso le cose non saranno semplici, osserva ancora Applebaum, perché non si cancellano da un giorno all’altro 16 anni di potere indiscusso e ben ramificato, “ma qualunque cosa accada d’ora in poi, queste elezioni rappresentano una vera e propria svolta. Per la maggior parte dei governi europei, questo risultato è un sollievo: non possiamo ancora sapere che tipo di governo formerà Tisza, ma non sarà certo un governo che fungerà da burattino della Russia in Europa, bloccando i finanziamenti dell’Ue all’Ucraina o le sanzioni europee contro la Russia. Né sarà un regime che funga da modello per gli americani o gli europei che vogliono prendere il controllo dei propri Stati, smantellare i propri sistemi di controlli e contrappesi o imporre le proprie ideologie illiberali a chi non le accetta”.
Anche per i sovranisti di casa nostra serviranno nuove fonti di ispirazione. E, in qualche caso, come l’Italia, anche maggiore cautela in vista delle prossime elezioni. Dieci anni fa, nel 2016, Trump vinse le elezioni per la prima volta negli Stati Uniti, ci fu la Brexit, poi toccò all’esplosione della Lega (che superò il 17 per cento alle Politiche del 2018 e il 34 per cento alle Europee del 2019), dunque arrivò la vittoria, nel 2022, della coalizione di Giorgia Meloni. In mezzo, in questi dieci anni, tante elezioni fondamentali. La destra in questi anni si è affermata in Europa; ha vinto oppure è cresciuta molto, come nel caso di AfD in Germania.
Adesso, dopo la sconfitta di Orbán, c’è chi vuole interpretare questa fase come benevola nei confronti degli avversari di populisti e sovranisti, ma è ancora tutto da dimostrare che Meloni perderà le elezioni l’anno prossimo in Italia e che Marine Le Pen e Jordan Bardella non vinceranno le elezioni presidenziali in Francia. Forse è anche per questo che, in Italia, la presidente del Consiglio, con l’aria che tira, soprattutto dopo la sconfitta referendaria, potrebbe far arrivare la legislatura a scadenza naturale, senza brusche anticipazioni come ipotizzato fino a poche settimane fa. Meglio aspettare che passi la nottata. (Public Policy)
@davidallegranti
(foto cc Palazzo Chigi)





