di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – Per Giorgia Meloni i prossimi mesi non saranno affatto semplici. Non solo per le difficoltà che giungono dall’esterno (le guerre, l’aumento dei prezzi delle materie prime, l’inflazione, alleati internazionali che perdono la testa), ma anche per le tensioni interne, apparentemente assenti ma in realtà ben presenti. Le conseguenze politiche del voto referendario di quasi un mese fa ancora non sono state assorbite, e chissà quando (e se) lo saranno.
La sconfitta nel referendum sulla giustizia sta cambiando le priorità del Governo, ma anzitutto è la presidente del Consiglio Giorgia Meloni a dover ricostruire il senso del sua azione politica all’ultimo anno di Esecutivo (intanto nei prossimi giorni, forse mercoledì, dovrebbe essere completata, dopo molte attese, la squadra di Governo; manca, fra gli altri, il sostituito di Andrea Delmastro alla Giustizia). Si spiega forse anche così l’incertezza che sembra contraddistinguere la scelta di un eventuale voto anticipato. Per qualche tempo sembrava inevitabile, il ritorno alle urne anzitempo. Adesso però l’ipotesi non compare neanche nei retroscena più spericolati. Forse la presidente del Consiglio preferisce attendere che passi la nottata; d’altronde gli italiani appena un mese fa hanno mandato un robusto segnale al Governo.
I sondaggi, che pure vanno presi con le molle, non sono eccellenti. Secondo la Supermedia di YouTrend del 16 aprile, il Campo Largo in versione ristretta (Pd, M5s, Avs) sarebbe al 41,4 per cento, in svantaggio rispetto alla coalizione di Governo al 44,7 per cento. Se però al Campo Largo si unissero anche Italia viva e +Europa, l’opposizione di centrosinistra salirebbe al 45,4 per cento. Con Azione arriverebbe anche al 48,4 per cento. A Meloni, in quel caso, non basterebbe neanche ingaggiare Futuro nazionale di Roberto Vannacci, perché la coalizione si fermerebbe al 48,2. La Supermedia di YouTrend segnala poi un calo di voti per Forza Italia rispetto all’ultima analisi del 2 aprile: 8,3 per cento (-0,7 per cento).
La presidente del Consiglio monitora con attenzione quello che sta accadendo nel partito fondato da Silvio Berlusconi, dove i figli stanno procedendo – benché non sia chiaro a quale titolo, se non quello di creditori nei confronti di Forza Italia, che pure non è poco – a un’operazione di svecchiamento, diciamo così, dei vertici. Maurizio Gasparri è stato silurato come capogruppo al Senato per fare posto a Stefania Craxi, mentre Paolo Barelli alla Camera è stato appena destituito per lasciare spazio come nuovo capogruppo a Enrico Costa, rientrato in Forza Italia dopo essere stato eletto con Azione, partito di cui è stato anche vicesegretario fino al 2024. La tenuta di Forza Italia rappresenta senz’altro un tema per la maggioranza e non solo, ma forse l’indagine andrebbe svolta in altri termini. È infatti molto interessante che l’elettorato di Forza Italia non abbia risposto “presente” in massa alla chiamata per votare in una consultazione sulla giustizia. Secondo un’analisi sui flussi fatta da YouTrend, un mese fa il 16 per cento è andato a votare No al referendum sulla riforma Nordio e il 12 per cento si è astenuto, per un totale del 28 per cento di elettori di Forza Italia che non è andato a votare Sì. Numeri che hanno fatto indispettire non poco i figli di Berlusconi, che hanno avviato – come la presidente del Consiglio – una sorta di pulizia di primavera. I problemi però restano e probabilmente resteranno.
Forza Italia un tempo non era scalabile dal basso perché c’era Silvio Berlusconi e quindi nessuno osava mettere in discussione la leadership del demiurgo del centrodestra; ora invece si scopre che è scalabile dall’alto perché i figli di Berlusconi hanno stabilito che Tajani si deve fare da parte. E questo era già vero prima del referendum. La nuova fase e la vecchia fase di Forza Italia hanno in comune un elemento: l’assenza di una vera rivalità politica interna. I giovani di Forza Italia non hanno mai voluto prendere il potere perché il parricidio politico – ovvero la rottamazione dei padri e dei capi – non è mai stata contemplato. D’altronde Forza Italia nasce dalle intuizioni politiche di Berlusconi, dalla sua forza politica e, aggiungiamo, anche dai suoi soldi. Tutt’ora c’è un dettaglio non secondario che riguarda Forza Italia: i debiti del partito nei confronti dei Berlusconi. La questione dunque potrebbe facilmente essere chiusa qui. Ma la politica è naturale competizione per il potere. Gli ex volti nuovi di Forza Italia nel frattempo sono invecchiati, quelli troppo nuovi non hanno spazi politici adeguati. Non li hanno mai cercati, non sono culturalmente attrezzati a contestare lo status quo. E lo svecchiamento di un partito non si fa dall’alto. Meloni è senz’altro molto interessata a quel che accade dentro Forza Italia ma non può agire più di tanto, perché è leader di un altro partito.
C’è poi la Lega (7,2 per cento, in crescita dello 0,3 per cento secondo la Supermedia), reduce nel fine settimana dal raduno dei Patrioti a Milano, in Duomo, alla presenza, fra gli altri, di Jordan Bardella. Matteo Salvini è già tornato a vestire i panni dell’antisistema e durante l’incontro non sono mancati attacchi all’Unione europea e “all’accoppiata malefica composta da Ue e Fmi”, seguiti dallo stop al Green Deal e al patto di stabilità. Assenti gli altri partiti di centro destra, che non condividono peraltro certe sortite salviniane sull’immigrazione, o, meglio sulla remigrazione. Amir Atrous, responsabile del dipartimento Immigrazione di Forza Italia Milano, ha organizzato insieme ad altri forzisti la contromanifestazione “Con coraggio – L’Italia che vuole essere raccontata” all’Arco della Pace. Obiettivo, dare voce e riconoscere i cittadini italiani di origine straniera”, ha detto Atrous ad Avvenire: “La remigrazione è una politica medievale. Siamo stanchi di queste politiche, perché non risolvono i problemi dei cittadini”. Salvini pur di non farsi superare a destra da Vannacci farà di tutto, ma non è detto che l’operazione di radicalizzazione funzioni. Ha già funzionato una volta ma quei voti, nel frattempo, sono andati altrove. Meloni insomma dovrà monitorare anche quello che accade nella Lega. (Public Policy)
@davidallegranti
(foto cc Palazzo Chigi)





