Meloni tra guerra e nodi interni. Le primarie dividono il csx

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – La settimana è corta, ma densa per il Governo italiano. Martedì alle 16 il ministro della Difesa Guido Crosetto interverrà, nell’aula di Montecitorio, per riferire sull’utilizzo delle basi militari nel territorio italiano da parte delle forze armate statunitensi e sul caso Sigonella. Giovedì, alle 9, sempre alla Camera, ci sarà un’informativa della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sull’azione del Governo, tra caro carburanti e nuovi sviluppi della guerra in Iran.

La serietà della situazione è ben descritta da Guido Crosetto in un’intervista al Corriere della Sera: “Io spero che tutti si rendano conto di quello che stiamo vivendo. È una situazione che non ha precedenti nella storia dei decenni recenti. C’è una somma di criticità che si accumula e si autoalimenta, sempre più difficile da risolvere. E questo pone chi ha voglia di ragionare di fronte alla grande debolezza del multilateralismo, che non ha saputo prendere lezioni da quanto era accaduto nel secolo scorso e non ha consolidato gli anticorpi per ciò che stiamo vivendo ora”.

C’è poi, neanche troppo sullo sfondo, la delicata questione delle nomine nelle partecipate di Stato (Matteo Del Fante è stato appena confermato amministratore delegato di Poste Italiane). La coalizione di Meloni è dunque a un momento di svolta e i fronti non sono pochi. C’è la legge elettorale da (ri)fare, anche se Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, dice che “non è una priorità” per gli italiani. Lo sarà però per i partiti, a cominciare da quelli della maggioranza, che dopo la sconfitta referendaria sembrano aver assunto un tono più ragionevole, più dialogante con l’opposizione.

Viene da chiedersi se sia soltanto una fase, una posa diciamo, oppure se c’è la convinzione di aver esagerato con le sortite unilaterali (vedi la non emendabile e super blindata riforma Nordio). Per la presidente del Consiglio la sfida è doppia. Deve governare l’attuale caos – compreso quello creato dall’amico Donald Trump – e gestire l’avvio della campagna elettorale in vista delle elezioni politiche del 2027.

Sull’altro fronte, invece, Elly Schlein sta provando a spegnere l’incendio delle primarie. Il Pd non vorrebbe parlarne, dopo l’uscita di Giuseppe Conte, che per due settimane ha monopolizzato il dibattito post-referendum, ma praticamente tutti, nel centro sinistra, parlano di primarie (anche per dire che non sono d’accordo). Tra i più accesi sostenitori del campo largo e della consultazione tra i sostenitori centro sinistra c’è il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che venerdì scorso in tv, a La7, è tornato a rilanciare l’idea: “Le primarie si possono fare a fine anno o a inizio dell’anno prossimo. Alle primarie ci scontreremo, noi presenteremo un candidato o una candidata, ma chi vince andrà a governare su un programma condiviso”.

Saranno una grande occasione di partecipazione, ha detto ancora Renzi, “andranno a votare 3 milioni di persone. Meglio di così non può andare. Anime belle della sinistra dicono che non si possono fare. Ma qual è l’alternativa? Meloni ha paura del popolo, non il centrosinistra”. Per la segreteria del Pd se ne sta parlando troppo. E infatti ora si sprecano i retroscena, probabilmente ispirati da largo del Nazareno, e le interviste contro il dibattito sulle primarie.

Da Romano Prodi a Goffredo Bettini, su La Stampa: “Vanno in giro troppe manovre fantasiose, che possono portare solo del male”, ha detto Bettini. “La priorità ora è di altro tipo. Non rispondiamo a provocazione”. Per Pierferdinando Casini, senatore eletto con il Pd, sempre sulla Stampa, è “una discussione intempestiva: in questo momento, con le bollette che esplodono e il potere d’acquisto che scende, parlare di primarie mi sembra fuori dal mondo”.

Concorda Igor Taruffi, responsabile organizzazione del Pd, parlando con il Corriere: “Per noi (lo abbiamo sempre detto) le primarie sono uno strumento, non è detto che sia l’unico. Ma sicuramente non è questo il momento di discuterne, credo che la nostra responsabilità sia corrispondere al messaggio che è arrivato forte e chiaro da quei 15 milioni di no al referendum, che ci chiedono sicuramente tante cose ma non chi guiderà la coalizione. È una discussione che avremo tempo per fare”. Insomma i problemi non mancano a entrambe le leader, Meloni e Schlein. (Public Policy)

@davidallegranti