Roma-Lazio andata e ritorno

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zingaretti

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – A volte le cose piccole aiutano a meglio interpretare quelle più grandi. E a guardare il recente passato, il presente e forse anche il futuro prossimo venturo, tra il Parlamento nazionale e quello della Regione Lazio c’è più di una similitudine.

Oltre a condividere la data di nascita del 4 marzo, infatti, in nessuno dei due c’è una netta maggioranza, nonostante sistemi elettorali maggioritari (chiaramente definito uno, palesemente ambiguo l’altro) e in entrambi il centrodestra è prevalente nelle urne, ma non negli eletti. Tuttavia, in tutte e due le assemblee è stato trovato un inedito compromesso. Per il Governo nazionale i leghisti si sono alleati con i grillini. Per quello laziale, se non a parole di sicuro nei fatti, c’è un atteggiamento non belligeranza verso Zingaretti (nella foto). E, parallelamente, si è discusso su una possibile alleanza Pd-5 Stelle. Parallelamente senza esiti.

Ad oggi, inoltre, in tutti e due i parlamenti c’è chi non vuole una crisi di governo, né tantomeno le urne. Tra Palazzo Madama e Montecitorio qualcuno da tempo lavora all’arruolamento di nuovi “responsabili” tra le forze centriste, nel Misto (Mario Monti ha votato a favore del governo Conte…), tra gli eletti Pd specie renziani, che non sanno se verranno ricandidati né rieletti. E anche tra i grillini, specie se alla seconda legislatura. A Palazzo Madama il capogruppo pentastellato Patuanelli certifica che “nel movimento l’anima ministeriale si sta rafforzando”. A Montecitorio il sottosegretario Di Stefano è sulla stessa linea: “facciamo sfogare i nostri in parlamento ma poi finisce lì”. Ancor più esplicito l’espulso a 5 stelle (causa massoneria), Catello Vitiello: “siamo pronti, ma ci muoveremo solo in caso di crisi di governo”.

Sembra di sentire la corrente dorotea della vecchia Dc. Ma se per capire quale sarà la vita dell’esecutivo nazionale bisogna aspettare le europee, la Regione Lazio anticipa i tempi. La mozione di sfiducia del centrodestra è fallita perché proprio tra i moderati qualcuno ha preferito non andare a casa. E ha, quindi, sostenuto di fatto la giunta Zingaretti. Così, complice la poca voglia di andare a casa degli eletti – nazionali o regionali che siano – difficile scommettere su scioglimenti anticipati a stretto giro. Anche perché ci sono anche ‘vincoli esterni’: il simul-simul per il Lazio, il Quirinale per il Paese.

Inoltre, ad allontanare l’ipotesi del voto ci sono anche parallelismi interni ai singoli partiti. Per esempio, in Parlamento come in Regione i 5 Stelle sono preoccupati dai sondaggi in flessione e cercano, quindi, di consolidare il potere raggiunto. In modi diversi ma speculari, lo fanno sia Roberta Lombardi che Luigi Di Maio. Entrambi devono gestire la base, i ‘movimentisti’ e le fronde interne. Per cui, meglio temporeggiare.

Il Pd, poi, non è pronto al futuro (e nemmeno al presente) ed è ancora alla ricerca di un’identità. Il centrodestra è alla ricerca di un leader per la Lazio e di un nuovo equilibrio all’ombra di Salvini a livello nazionale. Inoltre, a guardare sia le ultime elezioni (si fosse presentato unito nel Lazio avrebbe vinto) che i sondaggi è il favorito per una prossima vittoria, ma solo a patto di trovare la quadra e presentarsi unito. E anche per quello ci vuole tempo, così da poter definire i rapporti di forza tra Salvini e gli altri.

E poi – last but not least – c’è la figura che unisce in carne ed ossa il collegamento ideale tra regione e nazione. Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, è in pole per diventare il nuovo segretario del Pd. E forse vorrà replicare su scala più grande il patto di non belligeranza, il dialogo, gli ammiccamenti in corso con i 5 stelle alla Pisana. Così pensa il suo vice, Smeriglio. Vedremo. Ma di sicuro oltre ai parallelismi ideali ce n’è anche uno fisico. E somiglia al fratello di un bravo attore. (Public Policy)

@m_pitta