A meno di una settimana dal voto, tre ragionevoli certezze

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Meno di una settimana al voto. Il centrodestra, che rischia di vincere le elezioni del 25 settembre, ha un problema di nome Matteo Salvini. Il leader della Lega è portatore di relazioni politiche ingombranti con la Russia. In più, Salvini potrebbe non prendere bene l’entità della eventuale vittoria del centrodestra, soprattutto se Fratelli d’Italia fosse il primo partito con percentuali ragguardevoli (superiori al 25 per cento) e il M5s fosse il terzo partito, dietro a Fratelli d’Italia e Pd, e davanti proprio alla Lega. Ci vuole poco, come noto, a far tornare la Lega partito di lotta e di governo, come è nella sua natura da sempre, fin dai tempi di Umberto Bossi.

Da Pontida, dove è tornato il raduno sul “sacro suolo”, Salvini ha lanciato una sorta di contratto con gli italiani: stop ai rincari dell’elettricità e nucleare sicuro; autonomia; flat tax al 15 per cento e pace fiscale; abolizione della legge Fornero e introduzione di quota 41; interruzione degli sbarchi; riforma della giustizia. Le relazioni internazionali del centrodestra sono comunque un problema non soltanto leghista, come dimostra il voto contrario di Fratelli d’Italia e Lega al Parlamento europeo sulla relazione che considera l’Ungheria di Orbàn non “pienamente una democrazia”. Certe ambiguità evidentemente sono difficili da eliminare. Anzi, probabilmente non si vogliono proprio eliminare. La special relationship fra la destra italiana e il Governo ungherese non nasce adesso. E Meloni, che ha anche ospitato il premier Orbàn alla festa di Atreju, non sembra essere propensa a retromarce, anzi. Idem Salvini. “Quelli di sinistra hanno una passione per la geografia, oggi è l’Ungheria, ieri la Russia, o la Finlandia….”, ha detto a Pontida il segretario della Lega, che però ha precisato: “Io non ho mai visto un rublo”. Quanto all’Ungheria: “Sull’Ungheria rispetto le scelte democratiche di tutti, Orbàn qualcuna la fa giusta, qualcuna la sbaglia”.

Seconda ragionevole certezza. Il Pd ha confermato in questa campagna elettorale, anche per via dei compagni di viaggio che si è scelto (Verdi, Sinistra italiana, Articolo 1), diverse difficoltà identitarie. Il merito è di Enrico Letta. Un elettore riformista, magari ex renziano, può trovare risposte nell’alleanza Azione-Italia viva. Un elettore populista può invece trovare altre risposte nel M5s. Sono risposte che invece non può dare il Pd, che cerca di recitare troppe parti in commedia. Per questo è possibile che il 26 settembre, il giorno dopo le elezioni, parta subito il congresso, magari con Stefano Bonaccini tra i contendenti per il dopo Letta. “Ho provato a dare la scossa a noi tutti, perché bisogna correre per vincere, non per perdere bene. Bisogna presentare una proposta forte, chiara e comprensibile. Anche sorridere non basta”, ha detto Bonaccini in un’intervista a Repubblica della settimana scorsa.

L’ex presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, se la passa invece meglio del Pd. Ha piegato il suo partito verso sinistra. Non solo: è riuscito a piazzare un listino di deputati e senatori che gli saranno fedeli e che sono candidati in posizione eleggibile. In un colpo solo, poi, ha tenuto fuori dal Parlamento Virginia Raggi, che è rimasta a fare la consigliera comunale d’opposizione a Roma, e Alessandro Di Battista, due personaggi che sarebbe stato problematico da gestire. Non che fuori da Camera e Senato possano far meno danni, intendiamoci.

Terza ragionevole certezza. Dopo un’estate passata a occuparsi di sciocchezze – TikTok per acchiappare il voto dei giovani, Peppa Pig, persino un estenuante dibattito su Bella Ciao con protagonista Laura Pausini – rischiamo di avere un autunno e un inverno con i conti che non tornano, tra inflazione e  bollette. E i possibili vincitori delle elezioni già discutono. Salvini vuole uno scostamento di bilancio da 30 miliardi, Meloni dice di no. E Mario Draghi? Una delle ultime riserve della Repubblica sta per finire la sua avventura politica a Palazzo Chigi, ma non è detto che non tornerà. C’è chi ci spera. Nel Terzo polo lo rivorrebbero subito, specie se Azione e Italia viva dovessero raggiungere il 10 per cento. Draghi ha smentito un secondo mandato, ma in questo Paese tutto è possibile. Anche Sergio Mattarella aveva detto di no a un secondo giro al Quirinale.

Il presidente del Consiglio si è comunque tolto qualche macigno dalle scarpe, nella conferenza stampa di venerdì scorso. “La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni, dai loro pupazzi prezzolati. Dobbiamo essere fiduciosi nella nostra democrazia, non bisogna avere timore di qualunque voce”. E, a proposito dell’Ungheria, “noi abbiamo una certa visione dell’Europa, difendiamo lo stato di diritto, siamo alleati alla Germania e alla Francia. Cosa farà il prossimo governo non lo so. Ma mi chiedo, uno come se li sceglie i partner? Certo, c’è una comunanza ideologica ma anche credo sulla base dell’interesse degli italiani. Chi sono questi partner? Chi conta di più? Datevi le risposte voi”. Draghi non ha appunto dato risposte, ma una osservazione è facilmente intuibile: il futuro dell’Europa e dell’Unione europea passerà anche dal rapporto con l’Ungheria di Orbàn. Proprio in questi giorni la Commissione europea ha proposto il taglio del 65 per cento dei fondi di coesione dell’Ungheria, pari a 7,5 miliardi di euro. (Public Policy) 

@davidallegranti

(foto cc Palazzo Chigi)