Centrodestra, ‘cenciata’ alle urne ed elefante nella stanza: parla Orsina

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(foto – DANIELA SALA/Public Policy) 

di David Allegranti

ROMA (Public Policy) –

D. Giovanni Orsina, direttore della School of Government della Luiss, si può dire che il centrodestra ha preso una “cenciata” alle elezioni amministrative?

R. “Sì, si può dire. Dopodiché, sull’entità della cenciata possiamo ragionare, perché ovviamente lo spin mediatico l’ha ingigantita. La botta c’è ed è forte, ma è avvenuta in una serie di contesti nei quali comunque la destra aveva dei limiti strutturali. A Roma, senz’altro, il centrodestra se la sarebbe potuta giocare meglio, ma quello delle amministrative era comunque un terreno sfavorevole per tante ragioni”.

D. Enrico Letta dice che il vento nel Paese è cambiato, è solo propaganda o c’è qualcosa di vero?

R. “Diciamo che c’è un’apertura nei confronti del Pd. È finita la narrazione, che durava dal 2019 a oggi, secondo cui la vittoria della destra sarebbe stata automatica. Resta un grande caos, in cui è possibile qualsiasi scenario. Anche quello della vittoria della destra, che rimane possibile ma non è più garantita come prima”.

D. Nel centrodestra c’è un tema di selezione della classe dirigente?

R. “È l’elefante nella stanza. A destra c’è un problema di offerta, che è decisamente insufficiente”.

D. Aver scelto dei candidati civici – non una novità in realtà – è stato un errore?

R. “Se pensi alle candidature civiche e non sei il M5s, quindi non sei un partito che programmaticamente guarda all’uno vale uno, ma vieni dal civismo berlusconiano, allora devi candidare persone che sappiano il fatto loro. Un grandissimo imprenditore, un intellettuale di grido, insomma gente nota con un curriculum pesante. Mi pare che né Luca Bernardo a Milano né il povero Enrico Michetti a Roma rispondessero a questo canone. Sono persone rispettabilissime della società civile ma non avevano il profilo adeguato. Massimo Cacciari quando è diventato sindaco di Venezia era uno dei più grandi filosofi italiani. Giorgio Guazzaloca a Bologna un imprenditore importante. Michetti io non sapevo neanche chi fosse. Eppure sono un romano che vive osservando la politica. Poi certo, è diventato il bersaglio preferito dei media ostili. Ma ci si può mai lamentare perché tra i soccorritori di Rigopiano c’erano i neri o dire che la Wehrmacht era efficiente? Ma perché chi ha deciso di candidarlo non ha fatto un check prima? Ma poi andava in giro a parlare di Roma antica, di Papi e imperatori… C’è un tema di preparazione che la destra deve affrontare”.

D. L’elettorato è confuso dalle molte identità del centrodestra?

R. “Non c’è alcun dubbio. Lo dimostra il fatto che Roma e Torino sono state perse con la stessa percentuale. Damilano era un candidato presentabile, anche se Torino è una città di sinistra e non c’è mai stato un sindaco di destra. Ma venti punti di distacco sono molti. Mi pare dunque che ci sia un problema di candidature ma anche un problema nazionale. Nel centrodestra c’è Forza Italia che dice di stare con Draghi fino alla morte, Salvini con Draghi un giorno sì e l’altro no, Meloni all’opposizione. Io posso modestamente dire di aver sostenuto fin dall’inizio che sarebbero dovuti entrare tutti e tre al governo e portarsi Draghi dalla loro parte”.

D. Con Meloni al governo il potere contrattuale del centrodestra sarebbe stato più forte?

R. “Sarebbe stato superiore e Salvini non avrebbe dovuto fare la doppia parte in commedia. Così il centrodestra avrebbe messo in difficoltà il Pd costringendolo a doversi distinguere. Letta d’altronde aveva iniziato così. Solo negli ultimi 3-4 mesi ha cominciato a stare con Draghi. Fa ancora fatica, ma si vede meno perché i dirigenti del centrosinistra parlano meno. Con Meloni nella maggioranza, il Pd avrebbe fatto una fatica gigantesca”.

D. Fratelli d’Italia e Lega sono cresciuti troppo senza poterselo permettere?

R. “C’è un problema strutturale. La Lega nel 2013 aveva il 4 per cento, Fratelli d’Italia il 6 nel 2019 alle elezioni Europee. Nel caso di Meloni, parliamo di un micropartito di protesta e di opposizione, nel caso della Lega parliamo soprattutto di un gruppo di pressione del Nord. Hanno tutti gli intellettuali contro, nessuno sale sul loro carro. Anche i burocrati si tengono alla larga. Questo fa sì che i leader siano molto soli e che diventino per questo sospettosi e paranoici. Così tendono a fidarsi solo dei loro cerchi magici e a chiudersi nei circoli viziosi”.

D. Berlusconi è tornato centrale?

R. “Il punto è se molla Meloni e Salvini oppure no. Incredibilmente, ancora una volta Berlusconi è il pivot di tutti. Se decide di votare il presidente della Repubblica con il Pd è finita per il centrodestra. Salvini e Meloni tornerebbero nel ghetto. Ci sarebbe una conventio ad excludendum antifascista e antisovranista, cambierebbero la legge elettorale con un proporzionale senza premio di maggioranza e nel 2023 il centrodestra si troverebbe al 40 per cento contro un’alleanza frastagliata e incasinata con tutti dentro che però vale il 60 per cento. Questo è ciò che sta cercando di fare il Pd”.

D. Salvini potrebbe lasciare il Governo?

R. “Se gli eleggono il capo dello Stato contro sì. Restare al Governo sarebbe una follia. A meno che non sia Letta a optare per Draghi presidente della Repubblica. In questo modo, verrebbero sciolte le Camere e ci sarebbe subito il voto. Tanto ormai è passata la narrazione che ha vinto il Pd”.

D. Finora Draghi è stato il supplente e il commissario dei partiti. Vive in una sorta di sospensione. Ma poi?

R. “A un certo punto, dovrà dire se vuole andare al Quirinale”.

D. Ma potrebbe essere l’ispiratore di un partito o di un rassemblement di centro?

R. “Mi parrebbe una specie di caravanserraglio, con dentro PiùEuropa, Azione, Cambiamo, Italia viva, Forza Italia. Cinque forze, due super galli come Calenda e Renzi nel pollaio e un vecchio gallo come Berlusconi. PiùEuropa è pure spaccata al suo interno”. (Public Policy)

@davidallegranti