È finito il Movimento 5 stelle, non il populismo // Nota politica

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – È finito il M5s che abbiamo conosciuto. L’addio di Luigi Di Maio, già capo politico del partito fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio, è stato a modo suo fragoroso. Il ministro degli Esteri non è uno qualunque. Si è portato via una sessantina di parlamentari e ha messo nei guai Giuseppe Conte, che pure aveva sostenuto via Alfonso Bonafede quando c’era bisogno di qualcuno che facesse il capo del Governo, nell’ormai lontanissimo 2018. Erano i tempi dell’Esecutivo 5 stelle-Lega.

Il presidente M5s, che ha appena salvato la sua leadership dai ricorsi degli avversari interni, è alla guida di un partito dimezzato. Non più primo partito in Parlamento, superato dalla Lega. Non rimane dunque a Conte che insistere sul terreno dell’antipolitica. Un movimento incendiario, che ha cercato di disarticolare il sistema politico, non può acconciarsi a moderato. Tanto più che quel ruolo toccava a Di Maio, secondo una comprovata teoria dei due forni. Ma l’istituzionale ministro degli Esteri ha fondato “Insieme per il futuro” seppur con un manipolo di parlamentari che di istituzionale hanno solo il ruolo. Laura Castelli, Manlio Di Stefano. Che c’entrano loro – Di Maio compreso – con il centrismo? 

L’esercizio giornalistico degli ultimi giorni è abbastanza ozioso. Si mettono nello stesso gruppo, il Grande Centro, Matteo Renzi, Carlo Calenda, Giovanni Toti e appunto Di Maio. Ma Di Stefano è lo stesso che nel 2016 – capogruppo M5s in commissione Esteri – rivendicava garrulo “tre anni di politica estera libera” e volava in Russia per il congresso di Russia Unita, il partito di Vladimir Putin. Con un obiettivo preciso: lanciare una “politica che considera la Russia un partner commerciale, economico, culturale e storico imprescindibile per il futuro dell’Europa e delI’Italia così come gli altri attori internazionali atlantici e non… Un Paese amico per la costruzione di un nuovo mondo multipolare da realizzare attraverso i princìpi del rispetto della sovranità, dell’autodeterminazione dei popoli e di un modello di globalizzazione giusto e bilanciato”. Sempre quel Di Stefano che le aveva cantate a Putin anche nel 2017, in un’intervista: “Putin è un partner strategico nella lotta al terrorismo, non vederlo è cecità”. A Repubblica che gli chiede se lo rifarebbe, quel viaggio, sabato scorso Di Stefano ha risposto: “Non lo rifarei. Ciò che avevo sottovalutato era l’utilizzo propagandistico che la Russia fa di qualsiasi evento possa incrinare la solidità del fronte occidentale. Fui usato e ne ho pagato le conseguenze sulla mia pelle”.

La fine del M5s non deve tuttavia far pensare che si sia esaurito anche il populismo, la cui morte è stata annunciata troppo presto. Due anni di emergenza sanitaria, la guerra e le conseguenze socioeconomiche sono terreno fertile per neopopulisti che non vedono l’ora di speculare politicamente su difficoltà reali. Di recente, in Senato, Renzi ha detto ai cronisti che che con l’autunno teme l’arrivo della tensione sociale. Sembra temerlo anche Mario Draghi, che domenica al G7 ha detto: “Dobbiamo evitare gli errori commessi dopo la crisi del 2008: la crisi energetica non deve produrre un ritorno del populismo. Abbiamo gli strumenti per farlo: dobbiamo mitigare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, compensare le famiglie e le imprese in difficoltà, tassare le aziende che fanno profitti straordinari”.

Il populismo potrebbe trovare nuova linfa altrove, pescando nel disagio sociale. Si scoprirebbe così che il M5s ha fallito anche dove avrebbe potuto andar meglio. D’altronde, come ha spiegato una volta Giovanni Orsina in Antipolitica, il libro-intervista con il sottoscritto, “la dimensione politica è incomprimibile. Puoi sognare di eliminarla, la politica, o almeno di eliminarne alcuni aspetti, poi però ti ricade sempre addosso. Indebolita, magari, o fatta più di rappresentazioni che di realtà, ma pur sempre ingombrante. Perché non sono eliminabili del tutto né il potere né il conflitto su di esso né le abilità e competenze peculiari – per non dire degli aspetti caratteriali – che servono a gestire l’uno e l’altro. Nel caso del M5s la questione ha poi una dimensione istituzionale: il sogno di eliminare l’intermediazione politica grazie a Internet. Sogno che però non si è realizzato”. Infine, “il Movimento ha sperato di poter prescindere dalle ambizioni umane. Ma il potere piace, il conflitto per il potere e il desiderio di conservarlo sono ineliminabili. Le divisioni, il teatrino, la ‘cadrega’, le nomine, le risse: la politica è questa. Il politico vuole affermare la propria personalità, vuole comandare, la politica è il luogo nel quale le personalità forti e ambiziose cercano di realizzare sé stesse. Un po’ come lo scorpione con la rana, nel noto apologo”. (Public Policy)

@davidallegranti