Mattarella e i punti non negoziabili del Quirinale

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(foto – DANIELA SALA/Public Policy)

di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Raramente nella storia della Repubblica italiana il capo dello Stato ha scelto di essere così duro e rigoroso nel discorso di fine anno come lo è stato Sergio Mattarella alla chiusura del 2018. Il presidente ha indirizzato le proprie reprimende tanto a toni ed atteggiamenti dei leader quanto alle strategie istituzionali e alle politiche pubbliche intraprese dal Governo. Al di là delle speculazioni sul ruolo sempre più condizionante del Quirinale nella politica italiana degli ultimi anni, il discorso del presidente ha offerto numerosi appigli per analizzare il futuro prossimo del sistema politico.

Con un intervento così deciso il capo dello Stato è sembrato voler mettere di fronte ai partiti alcuni punti non negoziabili del suo “programma” istituzionale volto ad “addomesticare” il Governo populista e ricondurlo nell’alveo di scelte ed atteggiamenti più malleabili e meno conflittuali nei confronti di Bruxelles. Il messaggio è sembrato rivolto in particolare alla Lega di Matteo Salvini soprattutto nei punti dedicati all’immigrazione, alla solidarietà, alle forze armate e alla sicurezza e all’orizzonte europeo in cui, secondo il Quirinale, si deve naturalmente iscrivere il futuro del Paese. È evidente che il presidente abbia mal tollerato alcune prese di posizione dure e caratterizzanti del messaggio politico del vicepremier e ministro dell’Interno relative al contrasto dell’immigrazione, alla stretta sulla sicurezza dei cittadini, alla forte contrapposizione con l’Unione europea. Meno problematica è apparsa, invece, la relazione con l’altro partito, il Movimento 5 stelle, a cui non sono state indirizzate reprimende specifiche sulle policy promosse da quando siede nei banchi del Governo. All’intera coalizione è stato il richiamo alla correttezza delle procedure costituzionali con particolare riferimento ad una legge di Bilancio approvata in stato d’emergenza e saltando gran parte del dibattito parlamentare attraverso il ricorso al voto di fiducia in aula del maxi-emendamento. Un accorciamento frutto però anche della complicata trattativa con la Commissione europea e non soltanto dell’approssimazione governativa.

Cosa implica questo discorso assai netto del capo dello Stato per le forze politiche? Matteo Salvini dovrà prendere coscienza di essere il “sorvegliato speciale” del Quirinale sia sul piano della strategia politica generale, entro cui rientrano i rapporti con Bruxelles, che a livello di scelte politiche e di linguaggio istituzionale. Mentre per il Movimento 5 stelle sembrano aprirsi spazi per un dialogo più pacato con il Quirinale, dopo che alcuni mesi fa lo stesso partito ne aveva chiesto la messa in stato d’accusa. Se, come indicano i sondaggi, i pentastellati dovessero indebolirsi dopo le elezioni europee essi potranno cercare di ritagliarsi il ruolo di interlocutore moderato con il Colle. Inoltre in questi giorni si è molto parlato della possibilità di un rimpasto della compagine governativa. L’indiscrezione ha trovato conferma nelle parole del presidente Giuseppe Conte che non ha escluso una tale eventualità. Se le elezioni europee dovessero modificare i rapporti di forza tra i due partiti di Governo, come probabile secondo le rilevazioni demoscopiche, si potrebbe avere una verifica interna sul fronte delle poltrone ministeriali. Tuttavia, secondo Costituzione è il presidente della Repubblica a nominare i ministri e Mattarella ha già dimostrato di non tollerare personalità euroscettiche nelle posizioni chiave dell’Esecutivo, come accadde a maggio scorso con il veto posto su Paolo Savona quando questo venne proposto come ministro dell’Economia. Dunque se il rimpasto coinvolgerà i ministri la Lega, in particolare, sarà costretta a scegliere di promuovere le personalità più moderate del proprio partito. Inoltre ad oggi esiste una componente tecnocratica nel Governo, composta dal ministro dell’Economia Giovanni Tria e da quello degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che è considerata la più vicina alle sensibilità del Quirinale. Di conseguenza il capo dello Stato potrebbe essere poco incline ad una “politicizzazione” di questi ministeri da parte dei due partiti qualora si arrivasse al rimpasto.

Gli analisti hanno preso anche in considerazione l’ipotesi di ritorno al voto dopo le Europee. In particolare se la Lega sfondasse abbondantemente il 30% dei consensi le sirene delle elezioni anticipate potrebbero risuonare forti. Anche in questo scenario però s’inserisce il ruolo fondamentale del presidente della Repubblica, che è il titolare del potere di scioglimento delle Camere. Su questo punto la storia indica una preferenza di Mattarella per la stabilità e di Governi che arrivino a fine legislatura. Lo ha insegnato la vicenda del Governo Gentiloni nato per durare pochi mesi e rimasto in carica per oltre un anno, nonostante le pressioni di Matteo Renzi per il ritorno alle urne. Dunque, anche qualora si verificasse una rottura tra i partiti di Governo non è certo che il Quirinale possa subito decretare lo scioglimento delle Camere, almeno non prima di aver varato ogni altra possibilità a livello parlamentare di comporre un nuovo Esecutivo.

Da ultimo il potere d’influenza di Mattarella sull’Esecutivo dipenderà dalla congiuntura internazionale. Qualora il Paese entrasse in recessione economica nel 2019 e le elezioni europee confermassero un Governo europeo di convergenza al centro, ad esempio attraverso un’alleanza tra il Ppe, l’Alde e il Pse, il presidente della Repubblica ne uscirebbe notevolmente rafforzato nell’indirizzare un Governo che si troverebbe ancora “controcorrente” rispetto alla politica europea. Al contrario qualora il Governo dell’Ue virasse a destra e l’economia crescesse, seppur flebilmente, la posizione del Quirinale potrebbe divenire meno influente sulle scelte dell’Esecutivo.

Nel peso specifico del Quirinale conta, inoltre, la forza dell’opposizione che in questo momento è assai ridotta sia per i legami di coalizione ancora esistenti a livello locale nel centrodestra sia per le divisioni e i numeri ridotti del Partito democratico. Tanto più debole è l’opposizione tanto maggiore tende ad essere il peso del Quirinale nella dialettica politica.

In conclusione non va dimenticato che sebbene il capo dello Stato sia il garante della Costituzione egli può muoversi discrezionalmente nei limiti delle regole da queste prestabiliti relativamente al suo ruolo. È un potere “di garanzia” che però può essere esercitato in diversi modi e con varie intensità. Il Colle ha sempre una propria strategia ed un proprio metodo che come spesso accaduto, particolarmente nella politica italiana post-Tangentopoli, condizionano sia il sistema politico che l’operato del Governo, soprattutto sul piano dell’osservanza degli impegni europei ed internazionali. (Public Policy)

@LorenzoCast89