Nel Pd è ancora Massimo vs Matteo //Nota politica

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – La sinistra torna nel Pd. Dopo l’addio per eccesso di renzizzazione – fase ormai superata – Articolo 1 è in procinto di sciogliersi e i suoi dirigenti di tornare nella casa madre. D’altronde qualcosa si era già intuito con la partecipazione del ministro Roberto Speranza e i suoi alle Agorà Democratiche fortemente volute dal segretario del Pd Enrico Letta. Adesso c’è un passo in più, con Massimo D’Alema che dichiara finita una parentesi politica, grazie anche all’addio di Matteo Renzi e al ritorno della “ditta” alla guida del Pd. “La principale ragione per andarcene era una malattia terribile che fortunatamente è guarita da sola”, ha detto D’Alema.

Insomma, “non sarà proprio il partito che volevamo noi, ma alla fine secondo me vale la pena di portare questo patrimonio che noi rappresentiamo, questo punto di vista, nel contesto di una forza più grande. Un certo percorso volge al termine. Il dibattito delle Agorà è il modo migliore per arrivare attraverso il confronto e la convergenza delle idee, non in modo burocratico, a una ricomposizione che appare necessaria”. La ricomposizione della ditta, appunto: Nicola Zingaretti, lo stesso Letta, tutti figli di un sistema politico che era stato politicamente sconfitto dall’ex sindaco di Firenze, salvo poi recuperare spazi e potere nel momento in cui se n’è andato per fondare Italia viva. I riformisti di Base riformista, che semplicemente avrebbero potuto e dovuto raccogliere l’eredità renziana e tenere vivo il dibattito liberal-democratico, non sono stati in grado di fronteggiare la sfida posta dal dinamico duo Zingaretti-Goffredo Bettini. L’unico a provarci ancora è il senatore Andrea Marcucci, che però viene considerato un corpo estraneo anche dalla stessa Br.

Ma quali sono stati i problemi dei riformisti del Pd? Anzitutto, a Base riformista è mancata la leadership. Lorenzo Guerini ha mantenuto un profilo – comprensibilmente – istituzionale, lavorando come ministro e non potendosi dedicare, almeno pubblicamente, alla vita di partito. Luca Lotti ha avuto altri problemi di cui occuparsi e soprattutto non ha doti di leader. La corrente di Guerini e Lotti si è dunque adagiata dopo il ritorno di Letta. La “sassata” di D’Alema ha tuttavia colpito nel segno, provocando la reazione di Renzi ma anche quella degli ex renziani rimasti nel Pd. “Da democratico e oggi da parlamentare democratico, siccome ci sono stato e sono orgoglioso e grato di quella stagione e del mio partito prima, dopo e durante, trovo davvero offensivo e sbagliato definire gli avversari politici come malattie”, ha detto Filippo Sensi, ex portavoce di Renzi, oggi parlamentare del Pd, solitamente restio a polemizzare in pubblico: “E lo trovo irrispettoso non solo e non tanto per la classe dirigente di questo partito, ma per i suoi militanti ed elettori, qualunque idea avessero o abbiano della stagione di Renzi. Perché il confronto e il giudizio politico ognuno è libero di farsi la propria idea”.

L’aspetto politicamente interessante è che a sinistra si continui a discutere su due figure politiche consumate come Renzi e, più ancora, D’Alema, con scambio di reciproche cortesie. Nemmeno la nostalgia venduta a buon mercato su Netflix riesce a competere con quella che trasuda l’eterno scontro D’Alema-Renzi. Come se non si potesse immaginare nessun futuro alternativo a quello che ci offre il passato recente.

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@davidallegranti