Pd di Letta e di Governo: i dem tra elezioni e correnti

0

di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Il segretario del Pd Enrico Letta è in piena campagna elettorale, in una doppia veste. Quella di capo partito impegnato nelle elezioni amministrative e quella di candidato alle suppletive nel collegio di Siena, dove nei giorni scorsi ha inaugurato il suo comitato elettorale.

Mercoledì ha partecipato a un incontro sulla cultura al circolo La Tuberosa, nella città del Palio, insieme al ministro per i Beni culturali Dario Franceschini. “Sono convinto che questa campagna elettorale per le amministrative è l’inizio di un percorso per costruire una coalizione più larga”, ha detto Letta. Una risposta al presidente del M5s Giuseppe Conte che, da Grosseto, poche ore prima, aveva annunciato un confronto “sempre più serrato” con il Pd. L’ex presidente del Consiglio (Letta) sta cercando di far passare l’idea che è il Pd, e non il M5s, il centro del “nuovo centrosinistra”, e che Conte – anche lui oggi in tour in Toscana – è solo il presidente dei 5 stelle, non il candidato presidente del Consiglio alle prossime elezioni politiche. Sta anche cercando, Letta, di mettere in competizione Giorgia Meloni e Matteo Salvini per la scelta del prossimo capo dello Stato, come si è capito da certe sue dichiarazioni di apertura all’opposizione per il Quirinale di lunedì scorso, quando ha dato il via libera a Draghi presidente del Consiglio fino al 2023.

Per potersi muovere più agevolmente, però, Letta ha bisogno di una immagine pubblica piuttosto marcata. Non potendo contare sull’appoggio di Mario Draghi, che ha lasciato ampia libertà di pollaio ai partiti su temi marginali (tenendosi per sé quelli decisivi), il Pd ha scelto di connotarsi dal punto di vista identitario. Ecco perché è tornato in questi giorni a occuparsi di ddl Zan e Ius soli, finiti nel dimenticatoio dopo una fase in cui sembrava che da questi due provvedimenti dipendesse il destino del mondo.

La compattezza dimostrata dal Pd è tuttavia apparente, come spiegato da Public Policy lunedì scorso. C’è chi mostra una certa tiepidezza nei confronti del Governo Draghi e della sua agenda politica, vedi Gianni Cuperlo, presidente della Fondazione del Pd, che ha invitato il centrosinistra a dotarsi di una sua agenda pubblica, che non sia quella dell’ex presidente della Bce. Tra i riformisti invece non c’è alcun dubbio: “Oggi e fino ai ballottaggi – dice in una nota Andrea Romano, deputato e portavoce di Base riformista, la corrente di Lorenzo Guerini e Luca Lotti – saremo tutti impegnati, pancia a terra, per sostenere i candidati del Pd nelle regioni e nelle città che andranno al voto. Ma è del tutto evidente che dopo la tornata amministrativa dovremo discutere con molta franchezza, dentro il Pd, sulla qualità e la sostanza del nostro pieno sostegno al Governo Draghi e alla sua coraggiosa opera di riforma del Paese”. Aggiunge Andrea Marcucci, ex capogruppo del Pd al Senato, su Twitter: “I continui distinguo dentro il Pd sul Governo Draghi non aiutano i gruppi parlamentari e non aiutano il segretario. Serve chiarezza ed unità di obiettivi. L’agenda Draghi è l’agenda del Pd”.

C’è poi un altro problema. L’identitarismo rinverdito da Letta non convince tutti. Lunedì scorso Romano Prodi, in un’intervista a La Stampa, ha dato qualche consiglio al candidato senese: “Se il Pd deciderà di spingere per una politica di forte rivendicazione dei diritti sociali: lavoro, scuola, salute, case, i voti pioveranno!”. E i diritti individuali? “L’affermazione dei diritti individuali avviene solo se esiste una rete sociale”, ha tagliato corto il professore. (Public Policy)

@davidallegranti