Twist d’Aula – Def e dintorni: tutto rimandato a settembre

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Tutto rimandato a settembre. Nel dibattito parlamentare sul Def, insolitamente carico di contenuti, il relatore, Federico D’Incà ha stabilito le due priorità della maggioranza grillo-leghista. La prima, evitare l’aumento dell’Iva, è ovvia e scontata. L’altra, la revisione dei target di deficit e il rinvio del pareggio di bilancio, è invece gravida di conseguenze politiche e interrogativi economici.

5 stelle chiedono meno rigidità, anche se l’Italia ha già implicitamente ottenuto nuovi margini di flessibilità sufficienti sia ad evitare le clausole di per 12,5 miliardi che a finanziare un “tesoretto” di altri sette o otto miliardi. Ora, il primo degli interrogativi fondamentali è come questi soldi verranno usati: investimenti pubblici, come dice Tria? Reddito di cittadinanza, come promette Di Maio? Flat tax, come annunciano i leghisti? Tutto, ahimè, non si può fare.

Inoltre, mentre la Germania chiede l’istituzione di un Fondo monetario europeo con potere di vigilanza e ristrutturazione dei debiti e la Francia un’assicurazione comune sui depositi e un bilancio europeo per gli investimenti, noi siamo lì “col cappello in mano”, a pietire un rinvio. In vista della riforma del sistema di governance europea, purtroppo, questo non ci rafforza al tavolo negoziale.

Oltretutto, il ministro Tria ha stabilito priorità diverse da quelle che D’Incà vorrebbe inserire nel Piano nazionale di riforme. E anche qui nasce un interrogativo: il contratto di Governo può reggere l’impatto con la realtà del Governo? E, quando sarà il momento della manovra economica, vincerà il tecnico o i politici? E quale tra i politici?

Per adesso, dopo un vertice di tre ore a Palazzo Chigi con Conte, Giorgetti, Savona, Moavero Milanesi e, ultimo ma solo per età anagrafica, Luigi Di Maio, ha prevalso la “linea Tria”. Nella risoluzione di maggioranza non si può inserire nessuna promessa irrealizzabile, perché non bisogna solo essere “solidi” di fronte all’Europa, agli investitori, ai cittadini: bisogna anche apparire tali.

Inoltre, bisogna sperare che il ciclo economico non rallenti, ma è probabile che le previsioni del Governo Gentiloni debbano essere tagliate, come già preannuncia l’Fmi. In tal caso, calando il Pil, che è il numero al denominatore, salirebbero i rapporti con le cifre che sono al numeratore: il deficit e il debito. E addio agognati e salvifici margini di flessibilità.

Dopotutto, la crescita mondiale rallenta e il nostro export potrebbe risentirne, complice anche la crescente guerra commerciale e un possibile rialzo dell’euro. L’annunciata fine del QE di Draghi, poi, renderà più difficile e costoso piazzare i titoli del nostro debito. Così, solo in autunno, con la Nota di aggiornamento al Def, vedremo cosa e come sarà possibile fare per questo Governo. Tria permettendo.

Ma dagli interrogativi economici ne discende anche uno politico. Perché, se pure qualche senatore del Misto è già salito sul carro del vincitore, senza Fratelli d’Italia, la maggioranza al Senato resta risicata. Di certo non sufficiente per affrontare in scioltezza i mille delicati problemi che stanno per arrivare.

Allora, dopo aver cannibalizzato gli elettori grillini Salvini potrebbe andare allo showdown natalizio. Potrebbe cioè decidere di far saltare il banco per provare a prendersi la poltrona di Conte, certificando anche il proprio dominio definitivo sul centrodestra. A maggio sono già fissate le elezioni europee. A dicembre la manovra. Per adesso buone vacanze (occhio alle gite in barca). (Public Policy)

@m_pitta