Twist d’Aula – Meloni alla Camera per parlare ai mercati

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Per la prima volta dopo la sconfitta referendaria, Giorgia Meloni è tornata in Parlamento. Il discorso era atteso come un atto di politica interna. Ma a leggerlo bene, è stata un’operazione di gestione del rischio finanziario, con un destinatario che non era né l’aula — ormai non lo è mai, visto che gli interventi sono fatti per i social e non per il dibattito — né tanto gli italiani. Il destinatario finale erano i mercati e i partner internazionali.

La prima sconfitta politica di un Governo che aveva costruito la propria narrativa sull’invincibilità apre per definizione una finestra di vulnerabilità. Le crepe ci sono: giro di poltrone, Tajani in bilico, Vannacci fuori dalla Lega dopo aver negato la fiducia. E soprattutto, la vicinanza a Trump — a lungo rivendicata come asset strategico — che nell’era del caos mediorientale e dei prezzi della benzina alle stelle si è trasformata in un peso. La risposta di Meloni a tutto questo non è stata politica. È stata finanziaria.

La dichiarazione sul fine legislatura serve a sterilizzare la sconfitta prima che venga prezzata dallo spread. Il messaggio è lineare: nessun rischio di instabilità nel breve periodo («sarebbe facile chiedere elezioni anticipate, ma ci assumiamo responsabilità»), tenuta dei conti pubblici («nonostante la gestione disastrosa durante il Covid», riferendosi al Superbonus), continuità sul Pnrr(«agiremo attraverso i fondi di coesione»), supporto alle imprese («la Zes estesa al centro Italia verrà traslata a livello nazionale»). E poi numeri su disoccupazione ai minimi, aumento dei contratti stabili, export in crescita.

Dentro questa cornice si inserisce anche il passaggio più denso del discorso: l’apertura alla possibile sospensione del Patto di stabilità in caso di peggioramento della crisi iraniana. “Non una deroga per singolo Stato membro”, ha precisato Meloni, “ma un provvedimento generalizzato” — sul modello pandemico. La distinzione non è retorica. Una deroga nazionale espone l’Italia allo stigma di anello debole; una risposta europea sistemica la colloca invece tra i paesi che guidano la proposta. È al tempo stesso un segnale verso i mercati e una mossa negoziale verso Bruxelles: continuità equivale a leverage. Tradotto in linguaggio finanziario: riduzione del premio al rischio politico sul debito italiano. Una mossa tecnicamente corretta, che anticipa la narrativa negativa invece di rincorrerla.

A completare il disegno, due elementi tecnici non secondari. Il primo: Meloni ha ricordato che l’Italia è stato il primo Paese a tornare all’avanzo primario dopo il Covid, già nel 2024. È un dato che parla a investitori e agenzie di rating prima ancora che al dibattito interno. Il secondo: il decreto Energia è stato strutturato con una clausola di scadenza al primo maggio — se la situazione energetica rientra, la spesa straordinaria si ferma. Nessuna strutturalizzazione dell’emergenza, nessun compromesso sul percorso di rientro.

Il quadro però non è privo di tensioni, e l’OCSE le certifica con precisione in un report che esce mentre Meloni parla a Montecitorio. Nei prossimi anni le pressioni sulla spesa derivanti da difesa, pensioni e cambiamenti climatici aumenteranno, mentre le esigenze di investimento pubblico rimarranno significative. Il miglioramento in atto poggia su basi che saranno sempre più difficili da sostenere.

È qui che si misura la tenuta della strategia. Perché i mercati reagiscono alla stabilità formale. Il problema più profondo è la stabilità sostanziale del consenso. La prima sconfitta cambia il frame competitivo: ogni voto diventa un test, ogni divergenza interna pesa di più, la leadership non è più data per acquisita. La stabilità istituzionale è sotto controllo. Quella politica entra nella fase di verifica. La mossa di Meloni mette in sicurezza il perimetro finanziario per guadagnare tempo sul fronte politico. Il vero termometro non sarà il dibattito parlamentare. Sarà lo spread. (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc Palazzo Chigi)