La (dis)Unione europea: da Merkel-Macron alla manovra italiana

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Due avvenimenti hanno caratterizzato queste settimane a livello europeo: la proposta di realizzare un Fondo per gli investimenti pubblici europei e la bocciatura della legge di Bilancio italiana.

Per quanto concerne il primo evento è opportuno considerarne potenzialità e debolezze. Un lato positivo è senza dubbio quello di appesantire il bilancio dell’Unione europea con una politica di spesa virtuosa che dovrebbe essere dedicata a progetti infrastrutturali e di formazione. In prospettiva, dunque, le istituzioni europee potrebbero destinare una quota sempre crescente di risorse per avviare shock positivi che riportino maggiormente sul territorio un progetto sempre più considerato come lontano ed evanescente dai cittadini. Tuttavia, l’iniziativa presenta numerose incognite politiche.

Prima di tutto ci si appresta a varare questa politica dopo anni di temporeggiamenti e posticipazioni e con una Commissione europea oramai a fine mandato e, per l’ennesima volta, l’iniziativa è stata concordata con metodo bilaterale dai leader delle due maggiori potenze europee, Emmanuel Macron ed Angela Merkel. Un segno che la dinamica delle istituzioni di Bruxelles fatica a trovare un sistema decisionale comune e che necessiti sempre d’impulsi esterni prodotti da una o due nazioni al massimo.

Esistono, poi, ulteriori problemi politici. Infatti il motore franco-tedesco dell’Unione appare sempre più inceppato da problemi di consenso: Macron è assediato dalla protesta popolare e da un consenso in caduta libera, Merkel è in uscita dalla leadership di una Cdu, anch’essa in difficoltà nelle urne delle competizioni locali, alla ricerca di un nuovo capo politico. Ne consegue che il Fondo comune per gli investimenti pubblici rischia di essere una mera operazione cosmetica. Sulla sua struttura non si ha ancora un piano ben chiaro: da quanto si apprende si finanzierà con tasse non ancora disegnate dalla Commissione, quella sulle transazioni finanziarie e quella sui colossi digitali, e dovrebbe avere una capienza di circa 20- 25 miliardi. Un budget molto limitato, specie se si considera che il surplus dell’Eurozona supera i 400 miliardi. Inoltre esistono già dei disaccordi: Olanda e Paesi del nord non vogliono una ulteriore integrazione economico-finanziaria, mentre il sistema di assegnazione di finanziamenti erogati dal Fondo sarebbe stato progettato per destinare i Fondi solo ai Paesi che rispettano le regole europee quindi mettendo a rischio la partecipazione di un Paese come l’Italia, che potrebbe scegliere di mettersi di traverso. Insomma se l’idea produce un piccolo passo in avanti il suo sentiero di realizzazione appare incentro e pieno di incognite.

Il secondo fatto rilevante è la bocciatura della manovra italiana. A Bruxelles denunciano un deficit eccessivo rispetto all’elevato debito pubblico italiano ed invitano il Governo italiano a correggere il tiro prima di incappare nelle sanzioni previste dalla procedura. Il punto è, ancora una volta, il debito pubblico e una inefficace politica di riduzione dello stesso. Ciò ha comportato, dopo settimane di divisioni interne al Governo sulle policy come sicurezza, smaltimento rifiuti e giustizia, un momentaneo ricompattamento dei due partiti nel fronteggiare la complessa procedura d’infrazione da parte della Commissione europea. I due vicepremier Matteo Salvini e Luigi Di Maio dovranno comunque scegliere quale linea tenere rispetto all’Unione europea e, soprattutto, ai mercati, dove lo spread è tornato a scavalcare quota 300. La procedura avviata può portare alla richiesta di rivedere i conti in un tempo da tre a sei mesi. Ne consegue che la manovra andrà riscritta prima di essere approvata dal Parlamento oppure servirà un intervento correttivo nel corso del 2019. In questo arco temporale cadono, però, anche le elezioni europee. Un fattore che si aggiunge alla partita strategica tra Italia ed Europa.

Il Governo italiano ha due opzioni: giocare d’anticipo riscrivendo la manovra subito oppure tirare diritto fino a giugno per vedere l’esito delle elezioni europee. Questa seconda strada ha il lato positivo di poter agire dopo aver conosciuto i nuovi assetti europei, ma anche molti rischi ed incognite. La procedura europea, non controllabile dall’Esecutivo, potrebbe chiudersi comunque prima di maggio 2019; lo spread potrebbe salire ancora o rimanere a livelli tali per cui la spesa per interessi continuerebbe ad aumentare; il Governo potrebbe trovarsi nella condizione di dover effettuare una manovra correttiva in cui sarebbe costretto, con molta attenzione mediatica addosso, a tagliare la spesa o ad aumentare le tasse a poche settimane dalle elezioni europee; non è affatto certo che la nuova Commissione non possa essere inflessibile tanto o più di quella attuale.

La prima strada, suggerita anche dal ministro Savona sulle pagine del Corriere, avrebbe invece il merito di cercare subito una correzione della manovra ed una trattativa rapida con Bruxelles. Certo il messaggio anti-europeista dei partiti di governo ne uscirebbe momentaneamente affievolito così come la carica “rivoluzionaria” ma potrebbe evitare scenari più problematici tra qualche mese. Inoltre chinare leggermente il capo permetterebbe di svolgere una campagna elettorale senza pendenze con Bruxelles e di spendere ugualmente la promessa di voler cambiare l’Unione europea.

Una seconda questione, spesso trascurata dagli analisti, è comprendere se la bocciatura della manovra sia relativa ai saldi oppure alle policy. Formalmente la Commissione motiva il respingimento del bilancio facendo riferimento agli obiettivi di riduzione del debito pubblico ma, come è noto, la riduzione del debito dipende anche dalle politiche per la crescite del Pil. Comprendere se sia maggiore il peso delle politiche adottate oppure dei decimali di deficit appare fondamentale per condurre una trattativa con gli altri Paesi europei. Se le politiche pesassero più dei saldi il problema per il Governo italiano risulterebbe allo stesso tempo più semplice e più complesso. Più semplice perché non si dovrebbe ridurre il deficit previsto dalla manovra e quindi la portata economica della stessa, ma più difficile poiché i due partiti dovrebbero scegliere di adeguare le politiche sacrificando le promesse elettorali come, ad esempio, il reddito di cittadinanza o gli anticipi pensionistici in favore di riduzioni fiscali alle imprese e investimenti pubblici.

Il Governo può sempre cercare una via intermedia che affianchi alle politiche già stabilite della manovra una spending review pluriennale oppure una garanzia sul debito legata al patrimonio pubblico. Questa soluzione, però, non ridurrebbe gli ostacoli nei prossimi anni dove si sconterebbero i costi delle politiche finanziariamente più impegnative avviate da questa legge di Bilancio e, inoltre, presenta alti rischi di impaludamento giuridico-burocratico sia sul fronte della riduzione della spesa pubblica che su quello della garanzia al debito. (Public Policy)

@LorenzoCast89