Usa, violenza in aumento dal 2017. Insieme al complottismo

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Negli Stati Uniti la violenza politica è una risorsa “strategica” e a farne le spese sono anche i rappresentanti delle istituzioni. Il presidente Donald Trump è sopravvissuto a più tentativi di omicidio e proprio nel fine settimana, durante la cena dei corrispondenti della Casa Bianca, la prima alla quale Trump ha deciso di partecipare da quando è stato eletto (primo mandato compreso), c’è stata un’altra aggressione armata; Cole Tomas Allen, l’assaltatore, è stato messo fuori gioco dagli agenti del Secret Service prima di riuscire a colpire membri dell’amministrazione Trump. Non solo: non dimentichiamo l’omicidio a sangue freddo di Charlie Kirk, fondatore di Turning Point USA, l’aggressione con un martello contro Paul Pelosi, marito della ex speaker della Camera, Nancy Pelosi, nella loro casa di San Francisco, l’omicidio di Melissa Hortman, deputata dello Stato del Minnesota, e di suo marito, Mark, uccisi nella loro abitazione, l’incendio doloso nella residenza del governatore della Pennsylvania Josh Shapiro.

Secondo un sondaggio condotto da Pew Research condotto nel settembre del 2025, l’85 per cento degli statunitensi è convinto che ci sia un aumento della violenza negli Stati Uniti. Il che include l’86 per cento dei Repubblicani e dei simpatizzanti del GOP e l’85 per cento dei Democratici e dei simpatizzanti del partito Democratico. Robert A. Pape, professore di Scienza Politica e direttore del Chicago Project on Security and Threats alla University of Chicago ha analizzato a fondo la violenza politica contro i rappresentanti eletti. “Il CPOST ha valutato in modo esaustivo le minacce rivolte ai membri del Congresso tra il 2001 e il 2024”, ha scritto Pape in un articolo pubblicato da Foreign Affairs nell’ottobre 2025: “In questo arco di 25 anni, il Dipartimento di Giustizia ha perseguito 377 casi di minacce rivolte a legislatori statunitensi, contando come singola minaccia i casi in cui un autore ha minacciato lo stesso legislatore più di una volta o più legislatori nell’ambito dello stesso procedimento giudiziario, per non gonfiare i numeri”.

Le minacce includevano “autori che chiamavano ripetutamente l’ufficio di un senatore per minacciare un assassinio, l’invio di polvere minacciosa all’ufficio di un legislatore, il portare un’arma nell’ufficio o a casa di un legislatore o, ovviamente, il causare danni fisici al legislatore. È possibile che i Dipartimenti di Giustizia delle diverse amministrazioni non abbiano perseguito le minacce contro i legislatori dell’altro partito come hanno fatto con quelle contro i propri, ma il fatto che il nostro periodo di studio coprisse i mandati di partiti diversi nell’esecutivo bilancia questo rischio”.

C’è stata una chiara svolta nella natura e nell’entità del pericolo: “Ogni anno a partire dal 2017, le minacce perseguite sono aumentate di oltre cinque volte rispetto all’anno precedente. Tra il 2001 e il 2016, i democratici sembravano essere generalmente più a rischio (tranne che durante la prima amministrazione Bush, quando tutti i legislatori erano soggetti a un livello di minaccia relativamente basso). Dal 2016, tuttavia, le minacce ai membri repubblicani e democratici del Congresso sono state più o meno uguali. E come i dati del Cato e del CSIS (due think tank americani, ndr), a partire da quell’anno, lo studio del CPOST mostra un marcato aumento della violenza politica sia a destra che a sinistra. Sotto tutti i punti di vista cruciali, il quadro è lo stesso: la violenza politica è aumentata nell’ultimo decennio ed è elevata sia a destra che a sinistra. Continuare a sottolineare differenze relativamente piccole nell’equilibrio contribuisce solo a un pericoloso gioco di accuse che potrebbe benissimo peggiorare le cose”.

C’è però anche chi è molto scettico. Tra i MAGA che un tempo sostenevano accanitamente Trump c’è adesso chi dice che gli attentati al loro presidente siano “staged”, una messinscena. Come quello di Butler del 2024. Lo ha detto, durante il suo programma, il comico e podcaster Tim Dillon: “Forse l’attentato è stato qualcosa di cui non conosciamo tutta la storia. Forse è stato inscenato. Forse è stato simulato”. L’ex deputata Marjorie Taylor Greene, un tempo trumpiana d’assalto prima di rompere con il presidente statunitense, si è messa in scia. Dopo aver detto che c’è ancora qualcosa di poco chiaro nel tentato omicidio contro Trump, ha scritto un tweet complottista: “Non sto dicendo che l’attentato a Butler sia una bufala. Ma ci sono un sacco di domande che meritano risposte pubbliche. Mi chiedo: perché Trump non rende pubbliche le informazioni su Matthew Crooks (l’attentatore di Trump, ndr)? Ha davvero agito da solo? Se no, chi c’è dietro di lui e chi l’ha aiutato? Perché nasconderlo?”. Anche dopo l’attacco di questo fine settimana, c’è chi ha gridato e twittato alla messinscena (un modo per deviare l’attenzione, insomma, dopo gli ultimi mesi tutt’altro che brillanti di Trump). “I do not believe this story”, “Non credo a questa storia”, ha twittato l’influente scrittore Don Winslow. La retorica del complotto, insomma, colpisce tutti. A destra e a sinistra. Come la violenza politica. (Public Policy)

@davidallegranti

(foto cc White House)