Public Policy
Facebook Twitter Feed RSS

Le sfide dell'Europa, tra bugie ed esigenze di governance: parla Emma Bonino

ue 28 aprile 2017

di Leopoldo Papi e Gaetano Veninata

ROMA (Public Policy) - Lo scorso 25 marzo i leader europei, in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma, hanno firmato una dichiarazione di intenti che rinnova l'impegno comune nel progetto europeo.

Il testo stabilisce quattro priorità nell'agenda dell'Unione per i prossimi anni, mettendo al primo posto sicurezza, protezione delle frontiere e una "politica migratoria efficace e responsabile", ribadendo poi, nei successivi, gli obiettivi di crescita sostenibile e occupazione, sviluppo sociale, presenza europea nella scena mondiale.

Ma le buone intenzioni devono fare i conti con la realtà: l'Unione europea e l'area monetaria comune riusciranno ad affrontare le sfide concrete che, quasi quotidianamente, ne mettono alla prova le istituzioni, dai flussi migratori alle eventuali nuove crisi finanziarie, all'instabilità delle relazioni internazionali?

Public Policy ne ha parlato con Emma Bonino, già ministro degli Esteri, commissario Ue per gli aiuti umanitari e la tutela dei consumatori (dal 1995 al 1999), storica leader radicale.

D. Come può cambiare l'Europa dopo il voto francese?

R. È evidente che se le elezioni francesi vanno male, e quindi vince Le Pen, possiamo mettere un macigno sull’Europa. Se vincesse e mantenesse fede alle promesse fatte, infatti, l’Europa attraverserebbe tutt’altra traiettoria rispetto a una vittoria di Macron, con cui si può essere d’accordo o meno, ma la cui 'bussola europeista' è molto forte. L’europeismo di Macron è anzi abbastanza strano, culturalmente parlando, venendo da un francese.

D. L’Ue e l’Euro sembrano funzionare bene finché non ci sono problemi, o crisi come quella dei debiti sovrani o dei migranti. Perché?

R. L’Europa funziona solo nelle materie comunitarie. Si può essere d’accordo o no sulla Politica agricola comune, ma in questo caso c’è un sistema istituzionale per cui la Commissione fa una proposta, il Parlamento la verifica, il Consiglio vota a maggioranza. Questo sistema c’è nella concorrenza, nella politica commerciale e in molte materie, c’è persino sulla pesca. Dove l’Ue non funziona è sulle materie che non sono di competenza europea, e sono lasciate al coordinamento - molto spesso all’unanimità - degli Stati membri.

Qui casca l’asino: siamo caduti sui debiti sovrani, perché non c’era governance possibile, e per altre ragioni. Cadiamo sugli immigrati, perché gli Stati membri hanno sempre resistito a dare qualunque competenza alla Commissione europea, così come con le frontiere esterne. Il problema è che queste politiche, per sfiga, sono diventate quelle più urgenti del nostro tempo.

D. Due sono i tasti su cui batte di più la propaganda antieuropeista: l'Euro e i migranti

R. Parlando della moneta unica: ricordo un dibattito in cui qualcuno fece notare a Kohl che non è mai esistita in nessuna epoca storica una moneta unica senza una governance e uno Stato: una banca di ultima istanza, un ministro del Tesoro, un bilancio degno di cotanto nome. Kohl rispose “ha ragione, ma per ora facciamo l’accordo sulla moneta unica, la politica seguirà”.

Nei primi 10 anni l’Euro è stato un tale successo che a nessuno è venuto in mente di mettere mano alla “politica che seguirà”. Finché è andato tutto bene a livello mondiale, l’Euro è stato un successo per tutti. Noi ne abbiamo approfittato, e ovviamente non osiamo dirlo.

Quando è però arrivato il temporale, ci siamo accorti che non avevamo neanche l’ombrello. Tutte le soluzioni che sono state trovate, sono tutte misure nazionali. Il primo intervento globale è stato quello di Draghi (con i programmi OMT messi in campo nel 2012 e di Quantitative easing nel 2015; Ndr), tutte le altre misure per affrontare la crisi iniziata nel 2008 sono state nazionali.

D. E per quanto riguarda la questione migranti?

R. Anche in questo caso non serviva la palla di vetro per capire che si sarebbe presentata, dopo anni di guerra e con un esplosione demografica a 300 km da noi e dal continente più ricco e più vecchio al mondo, in drammatico declino demografico. Saranno pure rifugiati ma sono ben interconnessi: la prima cosa che non mollano è il telefonino, sanno perfettamente dove devono andare: dove c’è più o meno lavoro, o dove possono riconnettersi con le loro famiglie.

Anche in questo caso scontiamo l’assenza di governance europea, competenze comunitarie nessuna. Quando i capi di Stato hanno chiesto a Bruxelles di fare una proposta la Commissione l’ha fatta - sulla relocation dei 160mila - ma i Paesi si sono ben guardati dall’applicarla.

D. In Italia intanto è stato approvato il decreto Minniti-Orlando. Va nella giusta direzione?

R. No, va nella direzione opposta. Abbiamo fatto un decreto non razzista, ma razziale, che è ben più grave. Dice che se tu sei italiano hai diritto ai tre gradi di giudizio, se non lo sei, per una questione così rilevante come la vita e la morte, abbiamo stabilito una specie di diritto etnico affievolito: c’è solo il primo grado di giudizio e poi la Cassazione. Secondo me se arriviamo in Corte costituzionale è ampiamente impugnabile.

D. Ha senso l’idea di Europa “a due velocità”?

R. Nei fatti già c’è: abbiamo la zona Euro, l’area Schengen. C’è la cooperazione rafforzata che non usiamo mai. Si tratta di una procedura problematica perché ha bisogno di nove Paesi, e l’assenso di tutti i 27. Quella strutturata è ancora più complicata. Sono procedure che non permettono di far fronte all'urgenza dei problemi. Su “Mare Nostrum”, per esempio, abbiamo avuto altre tre tragedie prima che decidessero l'Operazione Sophia.

Adesso persino sui trattati commerciali c’è una richiesta di ratifica di ogni Parlamento nazionale. Così nessuno vorrà più negoziare con noi. Anche se negoziamo e poi firmiamo un accordo commerciale, prima che ratificano tutti i Paesi siamo in un’altra epoca. Ma al di là di questi aspetti, ciò che mi preoccupa, è che si parta dall’idea delle due velocità e si arrivi all’Europa “à la carte” per cui ciascuno prende solo quello che gli fa comodo.

D. C’è un rischio ‘balcanizzazione’, per cui solo i Paesi dell’Unione più simili per economia e cultura procedano verso una maggiore integrazione politica?

R. Il freno a tutto questo, più che altro dettato dal buonsenso che ancora da qualche parte esiste, è che in questa età dell’incertezza mondiale l’idea di 28 staterelli ognuno dei quali va per conto suo, dà ancora qualche fremito di preoccupazione. Preoccupa anche la Germania, che è perfettamente consapevole della differenza tra un mercato di 500 milioni di persone, e uno di 80-90, per quanto ricchi.

Torna di attualità il detto che diceva sempre un mio collega, piuttosto spiritoso: “L’Europa è fatta di due tipi di Paesi: quelli piccoli, e quelli che ancora non si sono accorti di essere piccoli”.

D. Quanto può durare questa situazione di Europa senza governance in alcune materie fondamentali?

R. Sono molto preoccupata. Ci sono a mio avviso elementi molto chiari di disgregazione. Che si fa in queste condizioni? Penso che dobbiamo innanzitutto fare il massimo per respingere tutte le bugie che vengono dette sull’Europa, e reagire con molta forza per tenere insieme quello che c’è, che altrimenti si logora e si disgrega. Il primo punto essenziale, non sufficiente, ma necessario, è dunque cambiare il racconto sull’Europa.

Settant’anni fa avevamo un’Italia, una Francia, una Germania distrutta: grazie a un progetto europeo e al finanziamento di questo da parte degli americani, in sessant’anni siamo diventati il continente più ricco al mondo. Questa cosa non ha più il coraggio di dirla nessuno. Recentemente ad affermarla sono stati solo Obama e Kerry, che ha detto “comunque vada, quello europeo è il più grande progetto politico realizzato dei nostri tempi”. Noi non ce ne rendiamo più conto.

D. Con Trump è cambiata la visione americana dell’Europa?

R. Dipende dai giorni. Mi sembra sia partito con un’assoluta noncuranza della sponda europea, per non parlare della Nato. Le ultime dichiarazioni mi sembrano un po’ più resipiscenti.

Il suo esempio dimostra che una cosa sono le promesse elettorali e un’altra la politica che si fa dopo. Lo dimostra il cambiamento “a U” della sua posizione, dall’isolazionismo più spinto alla rottura con la Cina sul protezionismo. Non si è avverato niente di tutto questo, anzi abbiamo visto senza consultare nessuno due interventi militari americani: Siria e il “bombone” dell’Afghanistan, nessuno dei quali ha cambiato la situazione sul terreno e quindi è difficile capirne l’utilità.

Anche sul protezionismo mi pare che il presidente americano si sia reso conto, dopo l’incontro col premier cinese Xi Jinping, che in una situazione in cui ingenti quote del debito americano sono in mano ai cinesi, le rotture diplomatiche e commerciali francamente non sono così facili da fare. Stiamo vedendo un capovolgimento di 180 gradi delle promesse elettorali. Spesso succede che la piattaforma elettorale non è mai la politica che si segue.

D. Come viene affrontata dalle forze politiche italiane la questione Europa?

R. Fino alle elezioni certamente nessuno avrà più tempo di pensare all’Europa. Destra e Grillo non ne parliamo, il Pd è molto altalenante, non abbiamo una legge elettorale.

Gli elementi di incertezza sono terribili: lo sforzo dei Radicali e di Forza Europa (il movimento promosso dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova; Ndr) sono possibilmente tutto ciò che possiamo fare in questo momento.

D. Quali sarebbero le priorità strategiche per l’Ue, immaginandola per un momento come soggetto politico unitario?

R. La geografia non è un’opinione, quindi è chiaro che per noi la questione russa e quella mediorientale sono prioritarie. Da questo punto di vista ovviamente non c’è nessuna idea di un intervento militare. Ma trovo ci sia un eccessivo disinteresse a rafforzare i Paesi del Mediterraneo che ancora resistono: Marocco, Tunisia, Giordania, Libano. Siamo sempre nella situazione per cui se non si ammazzano non ci interessano, se si ammazzano troppo non siamo più in grado di intervenire.

Queste considerazioni valgono anche in politica bilaterale, non europea. Ad esempio in Tunisia e Marocco, non mi pare che come Italia stiamo investendo politicamente in quei Paesi. Per non parlare della svista totale rispetto a problemi che rischiano di esploderci in faccia come un boomerang, come il Kosovo, la Macedonia e l’area balcanica. Sono Paesi affatto stabilizzati: la penetrazione islamista in Kosovo è assai preoccupante. (Public Policy)

@leopoldopapi - @VillaTelesio

© Riproduzione riservata