Cosi è (se vi pare): i mercati hanno disciplinato i partiti

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borsa spread

di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Dopo settimane di fibrillazione politica il Governo ha scelto di ammorbidire la linea di confronto con l’Unione europea. La Commissione ha bocciato la manovra italiana e avviato la complessa procedura d’infrazione che potrebbe portare all’erogazione di sanzioni per il nostro Paese. Da mesi i commentatori economici italiani ed internazionali disegnano scenari che si affacciano sull’orlo del precipizio, come la recessione e l’uscita dall’euro. Se la prima è ancora probabile, la seconda oggi lo sembra molto meno di qualche mese fa. L’Esecutivo ha scelto d’imporsi una frenata abilmente mascherata: la manovra scalerà di qualche decimale di deficit per dimostrare all’Unione europea e, soprattutto, ai mercati internazionali, che il Governo italiano non intende avventurarsi per strade eccessivamente pericolose sul piano finanziario pur cercando di mantenere, allo stesso tempo, le promesse elettorali.

Per mesi il mondo mediatico, politico e finanziario ha vissuto in una costante apprensione per le dichiarazioni dei membri del Governo, per le politiche intraprese dalla maggioranza e per l’andamento dello spread tra titoli di stato italiani e tedeschi. Le due forze della coalizione hanno scelto di gettare acqua sul fuoco mostrando un volto inaspettatamente moderato per molti analisti. Su queste basi sarà forse possibile avviare una trattativa fruttuosa con la Commissione europea e mantenersi all’interno del perimetro dell’Eurozona, con una spesa per interessi più elevata a causa dei rialzi degli scorsi mesi ma ancora sostenibile. Lo “schianto” finanziario evocato da avversari politici, tra cui l’ex presidente Matteo Renzi, e numerosi analisti economici non si è verificato. Ciò rende il caso della legge di Bilancio italiana appare particolarmente interessante per delle considerazioni sui populisti al Governo e, di conseguenze, sul possibile futuro dell’Unione europea. La politica contemporanea tende ad essere interpretata in linea retta, attraverso i canoni della scienza economica, per cui ad un certo piano del Governo dovrà conseguire automaticamente la sua pedissequa realizzazione.

Tuttavia, la politica è sempre una variabile indipendente, fa dell’accordo il suo perno fondamentale e questo non cambia nemmeno quando i populisti vanno al Governo. I media vivono sul quotidiano mentre i sistemi politici si snodano negli anni. Per questo spesso le analisi dei commentatori vengono smentite dalla realtà, come i possibili scenari sul tracollo politico ed economico dei partiti di Governo. Questi, con un esercizio realista imposto dalle circostanze, hanno preferito un ridimensionamento del budget al timonare il Paese verso lo scontro con l’Unione europea e una rischiosa esposizione sui mercati. Certo questo sottoporrà i due partiti ad un gap di aspettative dei rispettivi elettori nei prossimi mesi poiché la flat tax è solo parziale, il reddito di cittadinanza verrà erogato probabilmente con alcuni mesi di ritardo rispetto al gennaio 2019 indicato dal vicepremier Di Maio nei primi giorni d’insediamento dell’Esecutivo, quota 100 per il pensionamento subirà dei ritardi e, probabilmente, dei restringimenti della platea. Nel nuovo anno sarà possibile misurare se e quanto l’Esecutivo giallo-verde pagherà questa frenata sulle politiche.

Ciò che è interessante notare però è il processo di istituzionalizzazione in cui sono incorse le due forze populiste. Negli ultimi anni tanto il Movimento 5 stelle quanto la Lega si sono fatti portatori di un messaggio fortemente euroscettico. I pentastellati proponevano un referendum sulla moneta unica, ove gli esponenti più influenti dichiaravano di voler votare per l’abbandono dell’eurozona, mentre i leghisti hanno per lungo tempo sostenuto direttamente la necessità di uscire dall’euro. Con l’avvicinarsi delle elezioni politiche di marzo 2018 entrambi i partiti hanno iniziato a convergere verso una opinione sempre critica ma gradualmente più moderata sul futuro dell’Unione europea, in particolare sulla permanenza italiana nella moneta unica. L’uscita dall’euro è rimasta una bandiera appannaggio solo di alcuni esponenti della maggioranza nessuno dei quali con ruoli di governo.

Inoltre, una volta iniziate le contrattazioni per siglare l’accordo di governo sono stati espunti, nelle bozze finali, sia i piani B che prevedevano l’uscita dalla moneta unica come ultima ratio tanto i punti più radicali sulla trasformazione dell’Eurozona. Se poi si guarda alle politiche inserite nel contratto di governo si nota un altro adeguamento alla realtà ossia il frazionamento delle policies e la loro diluizione nel tempo. Ciò ha fatto scendere di diversi punti percentuali il rapporto deficit/pil che si avrebbe avuto se i partiti avessero deciso di realizzare tutto e subito. Questo non ha trattenuto l’Esecutivo dal deviare rispetto a quanto previsto dalla Commissione portando il deficit al 2,4% per cercare di mantenere almeno parzialmente gli impegni elettorali.

Tuttavia, le frizioni politiche con gli altri leader europei e una fiducia oscillante sui mercati hanno mostrato ai populisti di Governo come il sentiero, sul piano economico, fosse ancora più stretto di quanto immaginassero. Un percorso ulteriormente corretto nelle ultime settimane con buone probabilità di evitare almeno le sanzioni più pesanti della procedura d’infrazione europea e di abbassare la pressione sui titoli di Stato. Il populismo delle urne, se lo si inquadra in una ottica più ampia del quotidiano, appare molto ammorbidito nella sua versione governativa, almeno sul piano della finanza pubblica. L’impeto politico dei due partiti oggi appare ben più mitigato di quanto i commentatori si aspettassero qualche settimana fa. E, allo stesso modo, anche l’opposizione sembra aver perso una delle frecce principali al proprio arco cioè quella del precipizio finanziario. Uno scenario che dimostra come, in un arco temporale più lungo e fuori dalle roboanti dichiarazioni del teatro politico, anche le forze politiche più radicali, una volta messo piede nelle stanze del Governo, siano disposte a moderarsi ed ad evitare gli scenari dove rischio ed instabilità possono condurre a situazioni critiche.

Insomma, alla fine, i mercati finanziari hanno disciplinato i partiti. Superata la legge di Bilancio l’Esecutivo dovrà confrontarsi con una implementazione delle politiche stabilite dalla manovra che si annuncia assai complessa, complice anche un rallentamento economico globale, e su cui si baserà gran parte del dibattito dei prossimi mesi. (Public Policy)

@LorenzoCast89