Vaccini e dintorni: l’obbligo e la morale

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di Giordano Masini

ROMA (Public Policy) – L’intervento del commissario europeo alla salute, il lituano Andriukaitis, a margine della presentazione del rapporto Ocse “Health at a Glance Europe 2018”, pone in pochissime battute il nodo centrale della questione vaccini, e del modo anomalo in cui questa questione si è aperta e viene dibattuta in Italia. Innanzitutto, il punto da mettere a fuoco non è, secondo il commissario, l’obbligatorietà o la volontarietà della vaccinazioni, ma la copertura vaccinale. Il fine, prima di tutto, e solo in seguito lo strumento migliore per raggiungere quel fine.

Una volta stabilito il fine, che il commissario ribadisce essere quello di un’Europa libera da morbillo nel 2020, le modalità per raggiungerlo devono essere indicate dagli esperti, sulla base di valutazioni scientifiche prima che di opportunità politica. Una considerazione solo apparentemente ovvia, in un Paese in cui le politiche sono ormai solo un derivato di second’ordine della comunicazione politica, e in cui la visibilità mediatica si ottiene essenzialmente per differenziazione. Un Paese in cui lo scetticismo sui vaccini è uno spazio politico da conquistare e da presidiare, non un sentimento, più o meno diffuso, da contrastare.

Da una parte l’antivaccinismo è un pezzo rilevante dell’autobiografia del Movimento 5 stelle, fa parte di quella sub-cultura che ne ha costituito la prima radice ideologica, quando Beppe Grillo non era ancora un leader politico ma il riferimento sempre più popolare di una galassia di blogger e di pionieri della comunicazione sul web che condividevano con lui il rifiuto della scienza e la convinzione che internet sia il luogo per eccellenza di formazione della conoscenza e del sapere. È una radice che non è stata mai recisa, e che anzi costituisce ancora oggi una colonna portante del grillismo: il sapere “rivoluzionario” a 5 stelle può radicarsi nella società solo nella misura in cui il sapere “ufficiale”, e le sue fonti, perdono di autorevolezza, costi quel che costi.

Dall’altra il premier “percepito” di questo governo, Matteo Salvini, ancora a giugno di quest’anno si esprimeva non tanto contro l’obbligo come strumento più efficace per raggiungere l’obbiettivo della massima copertura vaccinale, ma contro i vaccini in sé: “Dieci vaccini obbligatori sono inutili e talvolta dannosi”, aveva dichiarato, proclamandosi a favore della libertà di scelta e dando al tempo stesso una fin troppo chiara indicazione di come questa libertà, a suo parere, andrebbe usata.

Anche arrivando a pensare che gli sforzi del ministro Grillo di attenuare alcune spigolosità del decreto Lorenzin siano animati dalla sincera convinzione che si possa agire anche sul pedale della persuasione oltre che su quello delle sanzioni, ciò che rende poco credibili questi sforzi è il quadro di fondo, un quadro che rappresenta un Governo antivax perché sono tenacemente e ontologicamente antivax i due partiti che lo compongono, tranne eccezioni poco appariscenti che, come ogni eccezione, confermano la regola senza scalfirla.

Il Governo in carica gode di un livello di consenso inimmaginabile per i Governi che lo hanno preceduto. Salvini, se davvero credesse alla forza della persuasione, potrebbe usare la sua popolarità per persuadere le famiglie italiane dell’utilità dei vaccini, invece di insistere nel tentare di persuaderle del contrario. Lo stesso potrebbe fare il Movimento 5 stelle, ma – guarda caso – non lo fa. In questo contesto attenuare l’obbligo previsto dal decreto Lorenzin non significherebbe aprire alla libertà di rivendicare un diritto, quello alla vaccinazione, ma alla libertà di abdicare, coerentemente con le indicazioni dei leader della maggioranza, a un dovere morale: il dovere di contribuire al raggiungimento di coperture vaccinali adeguate alla protezione di tutti.

Non significherebbe cercare di perseguire il medesimo obbiettivo con altri mezzi, significherebbe piuttosto mettere in discussione l’obbiettivo. “Volete affidarvi alle fake news e a teorie fuorvianti o siete pronti a salvare le vite dei bambini?” Questa la domanda del commissario Andriukaitis, ed è una domanda essenziale, il cui significato va ben oltre i limiti circoscritti della questione vaccini. Temiamo di conoscere già la risposta, ed è per questo che ancora oggi non viene data con la dovuta chiarezza. (Public Policy)

@giordanomasini