Di là i partiti, di qua Draghi // Nota politica

0

di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Di là i partiti, di qua lui. Mario Draghi. Da una parte le pulsioni identitarie interne alla maggioranza, finanche prevedibili a pochi giorni dalle elezioni amministrative. Dall’altra, il presidente del Consiglio, che deve troncare e sopire le intemperanze della composita e provvisoria alleanza di governo che lo sostiene, mentre l’emergenza sanitaria è tutt’altro che conclusa e quella socio-economica va governata bene per evitare tensioni sociali.

Il contesto, assai complesso, non impedisce tuttavia a Draghi di fare politica. Lo si è capito all’assemblea di Confindustria, giovedì scorso, quando il presidente del Consiglio ha annunciato nel suo intervento le previsioni del Governo sulla crescita: intorno al 6 per cento per quest’anno, a fronte del 4,5 per cento ipotizzato in primavera. “La sfida per il Governo – e per tutto il sistema produttivo e le parti sociali – è fare in modo che questa ripresa sia duratura e sostenibile”, ha detto Draghi: “Nel 2020, l’economia italiana si è contratta dell’8,9 per cento, una delle recessioni più profonde d’Europa. Era dunque inevitabile che alla riapertura si accompagnasse una forte accelerazione dell’attività”.

Da qui il patto proposto ai partiti, alle associazioni di categoria e ai sindacati per rafforzare la fase di crescita: “Vorrei che oggi tutti noi condividessimo una prospettiva di sviluppo, o vogliamo chiamarla Patto, a beneficio anche dei più deboli e delle prossime generazioni. Nessuno può chiamarsi fuori”. Confindustria ha risposto positivamente, per bocca del suo presidente Carlo Bonomi, che si è augurato che Draghi “continui a lungo nella sua attuale esperienza” e ha lanciato un avvertimento ai partiti, che non devono attentare “alla coesione del Governo pensando alle prossime amministrative con veti e manovre in vista della scelta da fare per il Quirinale”.

Bonomi ha definito Draghi uno degli “uomini della necessità”, diverso dagli “uomini della provvidenza”. Una necessità dettata dall’inadeguatezza della classe dirigente, che lo ha scelto evidentemente come commissario o supplente. Difficile dunque che proprio sul più bello Draghi se ne possa andare al Quirinale, lasciando a metà il lavoro. Nei prossimi giorni, come in quelli successivi, si speculerà molto sul destino politico del presidente del Consiglio. Salirà al Colle? Resterà a Palazzo Chigi? Fonderà addirittura un suo movimento? Resterà comunque anche dopo il 2023? “Secondo me dovrebbe proseguire fino al 2028”, dice a Public Policy il senatore di Azione Matteo Richetti.

continua – in abbonamento

@davidallegranti