di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – “Il Pd è un perno fondamentale di questa alleanza, un ruolo costruito sul campo, tornata dopo tornata. Non partiamo da zero”. Elly Schlein da Montepulciano, dove nel fine settimana ha partecipato a “Costruire l’alternativa” (iniziativa organizzata da Andrea Orlando, Dario Franceschini e Roberto Speranza), ha lanciato un chiaro messaggio a Giuseppe Conte e alle sue mire egemoniche sul Campo Largo.
Una risposta indiretta dopo il balletto sulla partecipazione dei leader dell’opposizione ad Atreju, la festa di Fratelli d’Italia. L’organizzazione meloniana ha infatti invitato a partecipare i leader di centrosinistra, compresa Schlein; quest’ultima ha però chiesto di potersi confrontare direttamente con Giorgia Meloni. A quel punto, la presidente del Consiglio ha rilanciato allargando il confronto anche a Conte. E lì l’ingranaggio si è inceppato: “Vengo a sapere che Elly Schlein, saputo della mia presenza ha preferito ritirarsi. A me dispiace. Potevamo affrontare insieme temi che sono urgenza per il paese, come le centinaia di miliardi in armi che andrebbero investiti in sanità. Potevamo veramente incalzare Meloni su queste questioni. Elly si è ritirata, io invece confermo la mia disponibilità a confrontarmi con la premier”, ha detto Conte.
Sarà per la prossima volta, forse. Non per Schlein. La segretaria del Pd rivendica un ruolo preciso per il suo partito: al centro del progetto politico dell’opposizione, dice Schlein, che cerca di voler accogliere tutte le istanze presentate da chi la sostiene seppur con qualche critica, come il nuovo correntone guidato da Orlando-Franceschini-Speranza, e da chi cerca da tempo un’alternativa non solo alla segreteria, come i riformisti di Giorgio Gori, Lorenzo Guerini e Pina Picierno, riuniti a Prato sempre nel fine settimana.
Schlein dice di voler essere ancora la segretaria di tutti, rivendica i risultati ottenuti fin qui, perché, ha spiegato nei giorni scorsi, subito dopo le elezioni regionali vinte in Campania e in Puglia, “la linea testardamente unitaria porta i suoi frutti. Siamo in partita, vogliamo vincere, siamo pronti ad andare al governo nel 2027 vincendo le Politiche”. Resta da capire come il Pd riuscirà a regolare il suo rapporto con il partito di Conte. D’altronde, il M5s impone condizioni politiche, come in Toscana sulle infrastrutture; vuole vedere le carte giudiziarie quando c’è da dare il via libera alle candidature, come a settembre nelle Marche con Matteo Ricci; si smarca su questioni essenziali come la politica estera, il fisco, la sicurezza, tornando a vestire gli abiti del Conte I, quello che sosteneva i decreti di Matteo Salvini in versione ministro dell’Interno.
Schlein afferma che dall’attuale assetto del Campo Largo non ci si muove. Nonostante tutto, nonostante le critiche. Come quelle che arrivano da Prato, all’iniziativa organizzata da Matteo Biffoni, neo consigliere regionale forte di 22.155 preferenze in Toscana, che cerca di ridare fiato ai riformisti rimasti delusi da Stefano Bonaccini: “Secondo qualcuno oggi saremmo nell’epoca della polarizzazione, di Trump e Orbàn, dunque non ci sarebbe più spazio per il rimpianto o la nostalgia del riformismo andato”, ha detto il senatore Filippo Sensi, critico nei confronti di Stefano Bonaccini e dei suoi: “Ebbene io non ho affatto nostalgia di quel tempo. Ho voglia, invece, di un tempo nuovo del riformismo italiano. Ed è il Partito democratico, senza esclusive, s’intende, la casa del riformismo italiano, dei riformisti italiani. Radicali, moderati che siano”. Il Partito Democratico “è riformista o non è. Ed è riformista non avere una e una sola definizione di riformismo. E soprattutto non pensare che sia l’unica valida”, ha detto ancora Sensi.
E ora? Che accadrà nel Pd? L’ipotesi di un congresso anticipato non è più così peregrina. È un tema discusso nel partito di Schlein. La segretaria del Pd potrebbe vincere di nuovo, e con facilità, anche perché i suoi competitor interni sono in ritardo. Ma la sfida principale non è dentro il Pd, almeno per il momento. I suoi avversari sono Conte e Meloni. Il primo si candida appunto a fare il capo del fronte progressista. La seconda è incrollabile nei sondaggi, nonostante tutto. Nell’esercizio quotidiano, Meloni ha saputo garantire una leadership costante e solida. Nessun altro, a destra, è in grado di replicare questo modello. Non Antonio Tajani, non Matteo Salvini, che al massimo possono competere per il secondo o terzo posto. I risultati delle elezioni regionali hanno galvanizzato il centrosinistra, ma alle elezioni regionali votano poche persone e le elezioni politiche sono un’altra cosa. Esiste il voto d’opinione e quello converge su Meloni, almeno per ora. Per il Campo Largo la strada insomma è lunga. (Public Policy)
@davidallegranti





