Draghi, tra logoramento e rischio ‘testimonianza’

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Non si era presentato come un disarticolatore dei poteri e dei corpi intermedi, Mario Draghi, né come un disintermediatore. Quella era materia renziana. Il risultato però, senza troppi annunci, sarebbe stato simile alle intenzioni rottamatrici di Matteo Renzi. Usiamo il condizionale perché il contesto non aiuta e Draghi rischia di entrare, o forse è già entrato, in una fase di logoramento.

La battaglia per il Quirinale è iniziata, portandosi appresso il caos dei partiti che covava da tempo. Lo dimostra il testacoda di Giuseppe Conte e del M5s. Pochi giorni fa, il presidente del M5s si era espresso per una donna al Quirinale (una donna purchessia), ma giusto lunedì i senatori a 5 stelle hanno chiesto una fortissima riconferma di Sergio Mattarella, che incidentalmente è anche il presidente della Repubblica di cui Luigi Di Maio aveva chiesto a gran voce l’impeachment, salvo cambiare idea il mattino dopo. Il cortocircuito dei 5 stelle, che sono tutt’ora, nonostante il mondo là fuori sia cambiato, il gruppo parlamentare più numeroso (233), crea problemi anche all’alleato Pd, che il 13 gennaio riunirà i gruppi parlamentari e la Direzione per impostare il percorso di elezione del nuovo capo dello Stato.

Poi c’è il centrodestra. Silvio Berlusconi ci crede davvero, anche se i rischi per lui sono enormi. Davvero l’ex presidente del Consiglio potrebbe riuscire a prevalere in un parlamento a maggioranza relativa dei 5 stelle, magari persino con il voto di qualche grillino? La presenza di Berlusconi nel dibattito pubblico quirinalizio crea non pochi imbarazzi. Per il Pd, ancora immerso nei tic dell’antiberlusconismo, è impossibile avviare una trattativa con il centrodestra. Per il centrodestra stesso significa non avere un piano B, almeno non ufficialmente. La presenza di Berlusconi naturalmente blocca anche le più o meno velate aspirazioni di Mario Draghi, che si scopre più fragile del previsto al Governo. Finché l’ex Cavaliere è in campo, il presidente del Consiglio non può fare mosse decisive.

Così descritto, tutto sembrerebbe persino – paradossalmente – sotto controllo, è semplicemente il vecchio caos all’italiana che torna a prevalere. C’è però un dato politico in più. Se le cose rimangono così, allora il progetto di Draghi – non partito, ma sostanzial-istituzionale – rischia di fallire. Il sistema partitico si è evidentemente ribellato alla stasi e alla stabilizzazione draghiana, tornando a fare quello che viene meglio. Siamo dunque in quella fase in cui per fragilissime opportunità politiche si stanno muovendo, all’oscuro della pubblica opinione, poteri, sottopoteri, eminenze grigie e sottoboschi. Resta però da chiedersi che cosa accadrebbe se questo controllatissimo caos sfuggisse di mano. Al di là dell’emergenza sanitaria e delle contingenze, fuori dalla bolla del potere di Palazzo, i problemi sono sempre gli stessi, casomai si stratificano. Il debito pubblico, l’inflazione, il carico fiscale.

Forse il famoso centro di ispirazione draghiana – per contenuti e stile – andava costituito prima dell’elezione del presidente della Repubblica. Così tutto il lavoro di Draghi rischia di andare sprecato perché inconcludente. A questo punto servirebbe persino a poco spostarsi da Palazzo Chigi al Quirinale, come si ipotizza da settimane. L’operazione Draghi alla fine potrebbe essere soltanto una mera opera di testimonianza, persino al Quirinale. Servirebbe forse a metterlo al riparo politicamente da un progressivo logoramento, inciderebbe poco sul riassetto del sistema politico. (Public Policy) 

@davidallegranti

(foto cc Palazzo Chigi)