di Massimo Pittarello
ROMA (Public Policy) – Il sistema europeo di scambio delle quote di emissione è nato nel 2005 con una logica precisa: mettere un prezzo al carbonio per incentivare le imprese a decarbonizzarsi. Nel 2019, quel prezzo era di 6 euro per tonnellata. Oggi è a 86-87 euro. Nel mezzo non c’è stata solo la transizione ecologica: ci sono entrati gli speculatori, e il mercato ha smesso di funzionare come strumento di politica industriale per diventare una variabile finanziaria fuori controllo.
È questo il contesto in cui il presidente di Confindustria Emanuele Orsini è arrivato a Bruxelles, al termine di una serie di incontri con i commissari Ribera e Séjourné e con la presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola. “La sospensione è l’unica via”, ha detto. Un grido d’allarme, nelle sue parole, non una posizione ideologica. La guerra in Iran — che tiene bloccato lo Stretto di Hormuz e fa salire il prezzo del gas — non si risolverà in pochi giorni. E le imprese, ha avvertito, non possono aspettare sei mesi.
La novità politica della giornata non è però solo la posizione italiana. È che anche Francia e Germania, storicamente più rigide sul dossier climatico, hanno aperto alla revisione. Macron ha detto che l’ETS “va preservato, ma nel contesto attuale serve flessibilità”. Merz, secondo le ricostruzioni, non è favorevole alla sospensione secca, ma il Consiglio europeo si è chiuso in stallo — il che, in questo caso, vale come segnale. Quando anche i Paesi che hanno costruito l’architettura normativa cominciano a cedere terreno, significa che la pressione è reale.
Il punto su cui vale la pena ragionare, però, non è la sospensione. È la riforma strutturale. Marco Tronchetti Provera lo ha detto con una formula efficace: “primum vivere”. Non fermare la transizione, ma essere realisti. E la realtà è che l’ETS, nella sua forma attuale, non sta finanziando la decarbonizzazione — sta tassando la produzione europea mentre i concorrenti extraeuropei non pagano nulla.
Il modello alternativo esiste già, almeno sulla carta. I proventi del sistema dovrebbero tornare ai settori che li generano, per finanziare la transizione reale: nello shipping, per accelerare lo sviluppo e la produzione su scala di nuovi carburanti alternativi; nell’aviazione, per portare i combustibili sostenibili — i SAF — da nicchia sperimentale a filiera industriale utilizzabile. Il problema è che la pipeline è lenta, i fondi non tornano al settore con la velocità necessaria, e nel frattempo le imprese pagano due volte: la quota di emissione e il costo della transizione che quella quota avrebbe dovuto finanziare.
C’è poi il rischio che in questo dibattito viene sistematicamente sottovalutato: il dumping. Se un’industria europea paga 87 euro a tonnellata e il suo concorrente in Marocco, in Montenegro o in Albania non paga nulla, il risultato non è la decarbonizzazione globale — è la delocalizzazione della produzione e delle emissioni. La nave si ferma in un porto nordafricano, l’acciaieria si sposta nei Balcani, e l’Europa perde competitività senza ridurre di un grammo le emissioni planetarie. Il meccanismo di aggiustamento del carbonio alle frontiere — il CBAM — è nato per rispondere a questo problema, ma è ancora parziale e non copre tutti i settori esposti.
La crisi iraniana, in questo senso, non è solo un’emergenza da gestire: è una finestra. La pressione sui prezzi dell’energia ha reso visibile una contraddizione che esisteva già — un sistema pensato per incentivare la transizione che si è trasformato in un fattore di deindustrializzazione. Come ha ricordato il premier ceco Babis, la Commissione europea aveva previsto nel 2020 un prezzo ETS di 26,50 euro al 2030. Siamo già a 87, con quattro anni di anticipo. Le previsioni erano sbagliate, e le conseguenze ricadono sull’industria.
La soluzione non è tornare indietro. È correggere la rotta: ancorare i proventi ETS agli investimenti nei settori che li generano, rafforzare il CBAM per chiudere le scappatoie competitive, e ridisegnare il meccanismo di formazione del prezzo per ridurre lo spazio alla speculazione. Non è una resa all’ambientalismo, né un abbandono della transizione. È quello che Tronchetti Provera ha chiamato “una visione strategica comune che tolga di mezzo posizioni ideologiche”. Ovvero: la decarbonizzazione funziona se regge economicamente. Altrimenti non è una politica climatica — è un handicap industriale. (Public Policy)
@m_pitta





