L’Europa e il paradosso della legittimità politica

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di Leopoldo Papi

ROMA (Public Policy) – Il problema dell’Unione europea, in fondo, è semplice: o i Paesi che ne fanno parte condividono alcuni costi e rischi riconducendoli a un centro decisionale comune, legittimato politicamente, oppure l’attuale modello di rapporti intergovernativi è destinato, prima o poi, a sfaldarsi.

Uno di questi due esiti è inevitabile, tertium non datur, per una banale ragione di legittimità politica: il sistema intergovernativo, in alcuni frangenti, configura situazioni paradossali, per cui i Governi di alcuni Paesi, per rispettare gli accordi e i trattati, finiscono per agire più conformemente al mandato degli elettori di altri Paesi, che non dei propri. Dalla sostenibilità dei debiti pubblici, che determina i margini di manovra di ogni Governo in materie di politica economica, ai meccanismi per disinnescare il rischio di fallimenti bancari, alla gestione delle frontiere esterne all’Ue e dei flussi migratori, alle politiche estera (ad esempio, in Libia) e di difesa, gli impegni europei mettono i governanti nell’impossibile situazione di scegliere tra ciò che – a torto o a ragione – chiedono i loro elettori, e le responsabilità comunitarie.

Il ministro Paolo Savona, in audizione parlamentare davanti alle commissioni Politiche Ue di Camera e Senato (su PP), ha riferito delle difficoltà che si incontrano, in sede europea, anche solo a proporre una discussione sui rapporti tra i paesi membri. Il fatto è che c’è ben poco da discutere o “negoziare”: i membri dell’Unione devono decidere solo se condividere costi, rischi e decisioni, rinunciando alle loro sovranità su alcune materie per cederle a un’autorità politica federale, oppure se attenersi ciascuno ai propri mandati interni, prendendo atto che questi sono inconciliabili in via definitiva con gli accordi europei.

È una scelta che fino ad oggi, l’Europa è riuscita a rinviare, attraverso espedienti – travestiti da laconici comunicati tecnici sugli esiti inconcludenti dei summit – e “surrogando” nei fatti l’assenza di una sovranità europea, con l’intervento di altre autorità non politiche, o di Paesi esteri. È stata la Bce, guidata da Mario Draghi – a costo di mettere in campo tutta la sua autorevolezza personale – a scongiurare la fine dell’Euro nei momenti più gravi delle tensioni finanziarie sui debiti sovrani; è stata la potenza militare degli Stati Uniti, fino ad oggi, a consentire all’Ue di considerare un diritto acquisito (invece che quello che è: un privilegio ingiustificato) il non doversi occupare né preoccupare della propria sicurezza e della propria collocazione nell’ordine internazionale, valutandone rischi e conseguenze reali. È stato il regime autoritario turco di Erdoğan, a garantire all’Ue – e alla Germania in primis – una soluzione provvisoria del problema dei profughi del conflitto siriano e dei flussi di migranti dal Medio Oriente, dopo aver ottenuto un accordo del valore di 6 miliardi, in cui, come si può ben immaginare, aveva ampi margini negoziali.

Appaiono senz’altro pericolose e irresponsabili, in queste circostanze, le idee di chi auspica l’uscita dall’euro e la fine dell’Unione europea: eventi che oltre a effetti devastanti in termini di distruzione di ricchezza e risparmio, comporterebbero rischi gravissimi in termini di tenuta delle istituzioni democratiche interne, e di scivolamento in derive autoritarie.

Ma sembrano fuorvianti e inconsistenti anche le posizioni di chi – dichiarandosi fervente europeista – richiama moralmente i paesi più problematici – come l’Italia – a “fare il proprio dovere”, riducendo la causa di tutti i problemi all’avvento di forze politiche “sovraniste”. Queste ormai vuote esibizioni di europeismo sono forse utili esercizi di stile per riconoscersi e rassicurarsi a vicenda. In ogni caso sono irrilevanti, ai fini del superamento della natura disfunzionale, giuridica e istituzionale dell’Unione europea, che accentua le tensioni politiche e i conflitti interni, invece di favorire la cooperazione e la pace. (Public Policy)

@leopoldopapi