ROMA (Public Policy) – Molti aspetti degli eventi in corso in questi giorni e in queste ore in Iran, dai comportamenti di aperta ribellione alle proibizioni giuridiche islamiche, in particolare imposte sulle donne, all’esplicito obiettivo di destituzione di Khamenei e del clero dei mullah, rafforzano l’impressione, una volta di più – dopo le manifestazioni nel 2009 (la mobilitazione del “Movimento verde”), nel 2019, e 2022 (i moti legati al movimento “Donna vita e libertà”, nato dopo l’assassinio di Mahsa Amini) – che non si tratti solo di fenomeni di protesta nei confronti di un odioso regime dittatoriale e derivanti dalle condizioni disastrose in cui versa l’economia, ma anche – e soprattutto – di una rivolta generale contro l’intero ordinamento istituzionale e giuridico basato sulla sharia islamista dell’ossimorica “repubblica islamica”.
La società iraniana – 92 milioni di persone, di cui circa il 68% è sotto i 45 anni, nata quindi dopo la rivoluzione khomeinista – sembra ormai incompatibile con la teocrazia e la legge islamica. La sua abolizione e l’introduzione di diritti costituzionali e libertà civili appaiono essere il vero punto dirimente della contesa tra popolazione e regime. Per la teocrazia è una sfida esistenziale, perché qualsiasi apertura, anche minima, in tal senso implica eliminare i presupposti ideologici non negoziabili su cui è fondato il suo potere. Privo di consenso e legittimità politica, lo stato islamista iraniano si riduce a un’organizzazione privatistica che può solo ricorrere alla repressione violenta e al terrorismo di massa per tentare di preservarsi e preservare lo status dei suoi appartenenti e delle loro clientele.





