di Enzo Papi*
ROMA (Public Policy) – Vladimir Putin e Donald Trump hanno posto l’Europa davanti alla sfida inevitabile del riconoscimento della sua identità politica, autonoma dagli Stati Uniti, capace di confrontarsi con la potenza dell’imperialismo russo.
Se è chiaro a tutti, salvo agli ingenui o interessati pacifisti, che il rispetto della Russia sarà possibile solo costruendo una adeguata capacità dissuasiva, non vi è uguale convinzione su come possa essere affrontato il confronto di interessi con gli Stati Uniti.
Trump pone dazi alle merci europee, chiede che la spesa per la Difesa salga dal 2 a 5% del Pil, impone di non tassare gli utili fatti in Europa dalle grandi società Usa di Internet, ed infine vuole la Groenlandia da un Paese europeo, membro della Nato, minacciando addirittura di scioglierla, se non gli sarà consegnata.
L’Europa appare umiliata e disorientata e riesce solo a chiedere a Trump una ragionevolezza che non gli appartiene. Eppure l’Europa avrebbe a sua disposizione risorse efficaci per indurre Trump a rivedere le sue pretese. Ogni anno almeno 300 miliardi di dollari di risparmio europeo migrano verso Wall Street e vanno a sostenere gli investimenti delle imprese e il debito pubblico statunitense. Gli investimenti europei in titoli Usa sommano ad oggi a ben 15mila miliardi di dollari, di cui 9mila in azioni e 6mila in obbligazioni pubbliche o private.
Se si pensa che la capitalizzazione del NYSE è 21mila miliardi si può ben apprezzare il valore strategico che riveste per gli Usa la continuità degli investimenti europei nelle imprese e nei Treasuries statunitensi. In Europa il tasso di risparmio è circa tre volte quello Usa (15% versus 5% negli Stati Uniti) ma mancano offerte di investimento attrattivo e sicuro, e buona parte di queste risorse finanziarie continua ad andare a sostenere l’innovazione statunitense e il deficit pubblico, con cui gli Usa finanziano le flotte della Marina che Trump trova non sia più utile mettere a disposizione della Nato.
Con due decisioni l’Europa potrebbe riacquistare capacità negoziale verso Trump e Putin. Per dare un messaggio chiaro a Putin sulla volontà popolare di costruire una valida deterrenza, l’Europa potrebbe decidere la costruzione di un nucleo di Difesa comune finanziato con una “addizionale europea” dell’1% sull’Iva dei Paesi dell’Unione (un gettito pari a circa 100 miliardi/anno). La stima della spesa militare annuale russa è di valenza simile e questa si aggiungerebbe a quella già decisa dai singoli Paesi.
Per far ragionare Trump basterebbe decidere di trasformare una percentuale, anche minima, (anche solo il 10-15%) del debito degli Stati dell’Unione in Eurobond e creare un mercato dei capitali comune da quotare in una “Borsa europea”. In tal modo non solo si creerebbe una via preferenziale all’investimento del nostro risparmio in aziende e bond europei, ma addirittura si attrarrebbe anche quello di molti Paesi che oggi non vedono alternativa a Wall Street e dunque al dollaro.
Sono decisioni che possono sembrare banali per uscire dalla debolezza negoziale che umilia l’Europa e ipoteca il suo futuro. C’è però un problema. Per attuarle dovrebbe esistere lo Stato europeo, non la sola bandiera di una Unione che attende di rappresentare lo Stato. (Public Policy)
*imprenditore ed editore di Public Policy





