Accesso a medicina, un fallimento annunciato

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di Carmelo Palma*

ROMA (Public Policy) – “Stop numero chiuso e test d’ingresso. Ora accesso libero ai corsi di laurea” (Anna Maria Bernini, ministra dell’Università e della ricerca); “Abolire il numero chiuso non costa nulla, premia il merito e lo studio dei nostri ragazzi e contrasta la carenza di medici: è semplice buonsenso” (Matteo Salvini, vicepresidente del Consiglio); “Finalmente diciamo basta al numero chiuso” (Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio); “L’odioso numero chiuso che abbiamo conosciuto negli ultimi 25 anni non ci sarà più” (Roberto Marti, presidente della commissione Istruzione del Senato); “Con Giorgia Meloni in Italia la selezione la fa il merito. Arriva lo stop al numero chiuso e ai test d’ingresso per i corsi di laurea in Medicina e Chirurgia” (Roberto Matera, senatore di Fratelli d’Italia).

Le dichiarazioni con cui i principali esponenti della maggioranza e del Governo – esclusi, a onore del vero, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro della Salute Orazio Schillaci – hanno salutato l’approvazione della legge 14 marzo 2025, n. 26 “Delega al Governo per la revisione delle modalità di accesso ai corsi di laurea magistrale in medicina e chirurgia, in odontoiatria e protesi dentaria e in medicina veterinaria” promettevano qualcosa che le stesse disposizioni della legge mostravano chiaramente non sarebbe stato mantenuto e che lo stesso legislatore si era ben guardato dal considerare come scopo della riforma. Anzi, già dalle prime bozze su cui venne avviata la discussione nelle commissioni congiunte Istruzione e Sanità del Senato, era chiaro che il numero chiuso sarebbe rimasto e che il test nazionale sarebbe semplicemente stato spostato di qualche mese e avrebbe solo parzialmente cambiato forma.

A confermare il tutto intervenne il decreto legislativo 15 maggio 2025, n. 71, con cui il Governo, dando attuazione alla delega, chiarì che a mutare, rispetto al passato, sarebbero stati solo la struttura e il contenuto del test nazionale e che in aggiunta vi sarebbe stata l’acquisizione di crediti formativi spendibili in altri corsi di laurea, per i candidati che fossero rimasti esclusi dall’accesso ai corsi di medicina, odontoiatria e veterinaria. Il passaggio dal test nazionale al cosiddetto “semestre filtro”, che nei fatti è stato meno di un trimestre (settembre, ottobre e metà novembre), ha sensibilmente scremato i candidati ai circa 19.000 posti per medicina e al poco più di un migliaio per veterinaria e odontoiatria disponibili nelle università pubbliche.

Dagli oltre settantamila che sostennero il test nelle sessioni di maggio e luglio 2024 (non vanno sommati: in gran parte si tratta degli stessi candidati che potevano partecipare a entrambe le prove), si è passati ai poco più di cinquantamila candidati, che hanno sostenuto le prove di biologia, chimica e fisica il 20 novembre e in gran parte le hanno ripetute il 10 dicembre. Visto che però gli aspiranti medici, odontoiatri e veterinari erano comunque quest’anno molto più del doppio di quelli gestibili sulla base delle disponibilità esistenti (aule e docenti) il programma di insegnamento è stato svolto in modo molto diverso da quello che, fino all’anno prima, seguivano le matricole per gli esami di fisica, chimica e biologia. Il fatto che solo un candidato su dieci abbia superato nella prima sessione il test di fisica e circa uno su cinque quello di biologia e chimica è stato considerato una dimostrazione della scarsa preparazione e dello scarso impegno degli studenti.

Bisognerebbe però onestamente ammettere che, se si pretende che siano preparati in meno di due mesi e con poche settimane di lezione, per lo più a distanza, tre esami che fino all’anno scorso si studiavano in sei mesi, il fallimento del risultato è anche evidentemente un fallimento del sistema di selezione. A questo si aggiunge il rumore di fondo politico di accompagnamento alla riforma, che prometteva appunto la fine del numero chiuso e del test nazionale e ha messo invece i candidati davanti a un mega-test decisamente più difficile, per cui non era stata fornita una preparazione sufficiente, esattamente per l’accesso…al numero chiuso.

Malgrado tutte le critiche, il test precedente alla riforma non era affatto generalista e poco adatto a selezionare degli aspiranti medici, visto che ben cinquantuno dei sessanta quesiti a risposta multipla erano di biologia, chimica, fisica e matematica e anche i rimanenti, di comprensione del testo e ragionamento logico, non erano estranei all’esperienza e alla competenza richiesta ai camici bianchi. Anche la critica di essere un test tendenzialmente classista, che favoriva quanti potevano economicamente permettersi corsi di preparazione intensivi, può essere ribaltata sul sistema del cosiddetto “semestre filtro”, all’interno del quale migliaia di studenti si sono dovuti rivolgere a centri di formazione privata, non essendo sufficiente quella impartita dalle università. Almeno il test nazionale serviva a misurare competenze acquisite prima dell’ingresso all’università, non a verificare la capacità di preparazione accelerata del primo semestre di corso.

Gli esiti delle due prove programmate per l’accesso all’anno accademico 2025/2026 di Medicina, Odontoiatria e Veterinaria confermano che il Mur ha dovuto letteralmente inventarsi ex post criteri di idoneità derogatori, per evitare di dichiarare il totale fallimento dell’esperimento del “semestre filtro”. In attesa che tra qualche giorno sia resa nota la graduatoria nazionale per i diversi corsi di laurea, sappiamo già che saranno idonei a entrare in graduatoria anche quanti non hanno raggiunto la sufficienza in ben due prove su tre (salvo l’obbligo di recuperare i CFU mancanti per la definitiva immatricolazione). Delle nove fasce di idonei, solo le prime due sono composte da candidati che hanno raggiunto la sufficienza in tutte le prove di esame. Per il futuro sono annunciate modifiche, che vedremo nei prossimi mesi e anni ma che non cancellano la realtà del fallimento.

Al fondo di tutte le polemiche, rimane purtroppo l’equivoco sulla natura discriminatoria del numero chiuso. Giacché non esiste un sistema di valutazione perfettamente predittivo delle potenzialità di uno studente e per avere valutazioni eque tutti devono essere sottoposti alla medesima prova – dunque il mega-test nazionale su più materie era ineludibile – il numero chiuso è un criterio razionale di allocazione di una risorsa per definizione scarsa e costosa, quella del “posto” all’Università, la cui utilità non può essere misurata solo in base al grado di soddisfazione delle aspirazioni degli studenti.

Oggi non ha alcun senso aumentare i posti per la laurea in medicina. Secondo le stime della Fondazione GIMBE su dati Ocse nel 2023 c’erano in Italia 315.720 medici, pari a 5,4 ogni 1.000 abitanti, più della media OCSE (3,9) e dei Paesi europei (4,1). Inoltre i laureati in Medicina e Chirurgia nel 2023 sono stati 16,6 per 100.000 abitanti, anche in questo caso sopra la media OCSE e quella europea. Le emergenze riguardano alcune specializzazioni (in particolare quelle, come la medicina d’urgenza, che non hanno sbocchi sul mercato privato), i medici di medicina generale e la tendenza di molti professionisti di spostarsi fuori dal servizio sanitario nazionale (e fuori dall’Italia).

Del tutto diversa la situazione per altre professioni sanitarie e assolutamente drammatica per i laureati in professioni infermieristiche, che sono ogni anno in rapporto alla popolazione la metà della media Ue. Le risorse disponibili servono per rispondere a questi problemi, non per soddisfare istanze – consentire a chi voglia di “provare” medicina – che non dovrebbero razionalmente influire nelle decisioni pubbliche. (Public Policy)

@CarmeloPalma

*l’autore è responsabile dell’Ufficio legislativo di Azione al Senato