Twist d’Aula – Debito Usa, l’arma europea

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – ICE a Milano-Cortina, la Groenlandia, la Nato, il Venezuela. Da inizio anno il Governo italiano si trova sempre più spesso in imbarazzo per le uscite dell’alleato statunitense. Nella conferenza stampa del 6 gennaio, Giorgia Meloni aveva scelto la via della provocazione: “Dobbiamo prendere le distanze dagli Stati Uniti nel senso che dobbiamo uscire dalla Nato? Chiudere le basi americane? Rompere i rapporti commerciali? Assaltare i McDonald’s?”. L’iperbolica ironia individua un problema reale che nelle ultime settimane è definitivamente esploso. Di fronte a un alleato sempre più imprevedibile, le leve disponibili sono poche. Tuttavia, come spesso accade, un’indicazione arriva ‘seguendo i soldi’. Il Mercosur e l’accordo con l’India vanno in questa direzione: di fronte al protezionismo di Trump, l’Europa prova ad aprire nuovi spazi commerciali. Ma c’è un altro fronte, meno visibile e più sensibile. Ed è quello finanziario.

La Federal Reserve ha lasciato invariati i tassi e difficilmente cambierà approccio nel breve periodo. Una linea che aggrava lo scontro con la Casa Bianca, che chiede invece una politica monetaria più espansiva. Per questo Trump ha più volte attaccato l’indipendenza della banca centrale, arrivando perfino, attraverso il Dipartimento di Giustizia, ad avviare un’azione penale senza precedenti – e oggettivamente pretestuosa – sulle dichiarazioni di Jerome Powell al Congresso. La reazione è stata immediata: ex segretari al Tesoro ed ex governatori della Fed, nominati sia da Democratici sia da Repubblicani, hanno espresso pubblicamente il loro sostegno all’istituzione (insieme a
Carney, sta forse nascendo un asse anti-Trump degli ex governatori delle banche centrali?).

Ma perché Trump insiste tanto sul taglio dei tassi? Per diverse ragioni, ma forse una su tutte. Il debito pubblico Usa ha raggiunto i 38.500 miliardi di dollari, pari al 124% del Pil, con una traiettoria che secondo il Fmi potrebbe portarlo al 143,4% entro il 2030. Il deficit federale è atteso stabilmente intorno all’8% nei prossimi anni. Il nodo, però, non è tanto il livello del debito quanto il suo costo. Nel 2025 la spesa per interessi dovrebbe avvicinarsi ai 2.000 miliardi di dollari, quasi il 20% delle entrate fiscali federali, con una dinamica che punta al 25%. Un quarto delle entrate: un valore che, in qualunque impresa privata, segnalerebbe una situazione critica. L’Italia, spesso citata come esempio negativo, è intorno al 9%. È evidente che una riduzione dei tassi allevierebbe la pressione sul bilancio federale. In questo senso, l’attacco alla Fed affonda le radici in una trappola
fiscale sempre più stringente.

L’esperienza insegna quanto il controllo politico sulla moneta possa provocare danni. Ma qui c’è qualcosa di più. Non è in gioco una valuta qualunque. Il dollaro è la moneta di riserva globale, la denominazione di una parte enorme degli asset finanziari mondiali. Con quasi 10.000 miliardi di dollari di debito statunitense detenuti da investitori stranieri, la sostenibilità finanziaria Usa è una questione sistemica. Non sorprende che l’oro e gli altri asset rifugio abbiano raggiunto nuovi massimi, che il dollaro sia ai minimi da quattro anni, né che la Cina abbia sondato Bruxelles sulla possibilità di rafforzare gli scambi in euro, riducendo il ruolo del dollaro come valuta di riserva.

Trump apre politiche quotidiane, dalla Groenlandia al Venezuela fino all’Iran, con forzature retoriche e istituzionali. Qualcuno dice per coprire l’enorme questione finanziaria che riguarda il debito statunitense, tanto che c’è la minaccia di un secondo possibile shutdown. La semplice prospettiva di una riduzione delle detenzioni estere di bond sovrani Usa eserciterebbe una pressione immediata sui rendimenti, facendo salire il costo del debito e aggravando il deficit. La Fed potrebbe intervenire acquistando titoli, ma al prezzo di nuove tensioni inflazionistiche. In alternativa, gli investitori statunitensi assorbirebbero l’offerta solo in cambio di tassi più elevati. In ogni caso, l’esito sarebbe un aumento dei tassi a lungo termine e una maggiore instabilità finanziaria.

In questo scenario, l’Europa conta più di quanto sembri. Detiene quasi il 40% del debito estero degli Stati Uniti. E, soprattutto, non sono necessari gesti clamorosi: diversificazione delle riserve, riallocazioni graduali, interventi regolatori apparentemente tecnici — come requisiti prudenziali più stringenti sui titoli americani — possono produrre effetti reali senza assumere la forma di uno scontro diretto. Lo stile di Trump è noto ed è ragionevole aspettarsi che non sia finita qui, che ci saranno altre minacce di dazi, altre Groenlandia, altri ricatti. Ma se il confronto si gioca su questo terreno, rispondere con il solo richiamo alle regole rischia di essere inefficace. Trump concepisce il potere come leva, non come equilibrio. E le leve contano. In questo senso, il debito Usa non è soltanto una fragilità strutturale: è una minaccia negoziale credibile. Ed è su quel terreno che, piaccia o no, la partita si gioca. (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc White House)