di Carmelo Palma*
ROMA (Public Policy) – La strategia della destra sul referendum è condizionata da un trade-off evidente, che la costringe a scelte tanto obbligate, quanto potenzialmente negative.
Perché il Sì abbia maggiori chance di prevalere è necessario aumentare la partecipazione al voto degli elettori dei partiti di maggioranza, che sono molto più mobilitabili dagli appelli contro la sinistra, che dai messaggi per la riforma.
Secondo un recente sondaggio di YouTrend (11 febbraio) per Sky TG24, se votassero solo quanti dichiarano che andranno certamente a votare (affluenza stimata al 46,5%), il Sì perderebbe con un delta di due punti – il 48,9% contro il 51,1% – ma vincerebbe con un delta di cinque punti – il 52,6%, contro il 47,4% – se andassero a votare anche quanti al momento dichiarano solo probabile la propria partecipazione al voto (affluenza stimata 58,5%).
D’altra parte, perché il Sì possa vincere è determinante l’apporto di quella minoranza (tutt’altro che marginale) di elettori delle forze di opposizione, che teoricamente voterebbero Sì alla separazione delle carriere, ma che potrebbero votare No se il referendum fosse pesantemente politicizzato in senso pro-Governo o pro-maggioranza.
Proprio il sondaggio di YouTrend, di cui abbiamo detto, stima che siano favorevoli al Sì circa un elettore su sette del Campo Largo e quattro su dieci tra quelli delle altre forze politiche o tra gli astenuti alle ultime elezioni. Senza di loro, il Sì non avrebbe alcuna possibilità di vittoria.
Se infatti fosse confermata la stima di YouTrend oggi più favorevole per l’approvazione della riforma e votassero poco più di 30 milioni di elettori sui 52 milioni di aventi diritto (cioè il 58,5%), il Sì otterrebbe circa 16 milioni di voti, ben 3,5 milioni in più di quelli ottenuti dai partiti del centro-destra alle elezioni politiche del 2022, quando la partecipazione al voto fu anche lievemente superiore.
Anche il sondaggio Ipsos per il Corriere della Sera, uscito qualche giorno dopo (14 febbraio), seppur decisamente più favorevole al fronte del Sì, dato per vittorioso già al 46% di affluenza (51,5% contro 48,5%) e di pochissimo perdente al 42% (50,6 contro 49,4), conferma che le probabilità di vittoria per il Sì aumentano con la riduzione dell’astensionismo e che, nello stesso tempo, per la vittoria sono necessari i voti degli elettori che non sostengono i partiti del centro-destra. Ipsos stima che siano per il Sì, ad esempio, il 10-12% degli elettori del Pd e circa un quarto di quelli del M5s.
Insomma, alla maggioranza per vincere servono disperatamente i voti degli elettori dell’opposizione e comunque dei non sostenitori del Governo, ma allo stesso tempo, per portare al voto il maggior numero possibile dei propri elettori, essa deve enfatizzare il messaggio politico contro l’opposizione.
D’altra parte, i partiti di opposizione se vogliono far perdere il referendum a Nordio e Meloni devono specularmente caratterizzare la campagna in senso anti-governativo, a costo di rinnegare le posizioni favorevoli alla separazione delle carriere precedentemente espresse e di presentare i recalcitranti all’indicazione di voto per il No – tra cui nomi importanti della cultura riformista italiana – come traditori e complici di un attentato all’indipendenza della magistratura.
Da questo origina un clima sempre più pesante tra gli schieramenti del Sì e del No e una campagna elettorale sempre più piena di colpi sporchi e bassi, come, da una parte, ragguagliare i contrari alla riforma ad Askatasuna e questi ultimi ai magistrati che congiurerebbero contro le decisioni del Governo in materia di sicurezza e, dall’altra, equiparare i favorevoli alla separazione delle carriere a CasaPound o, nelle parole di Gratteri, ai delinquenti e poco di buono che vogliono scansare i rigori della legge.
La decisione del capo dello Stato, Sergio Mattarella, di intervenire non sul merito, ma sul clima della competizione referendaria, partecipando alla seduta del CSM, conferma quanto questo si stia facendo intollerabile.
Peraltro questo non è il primo referendum costituzionale sacrificato alle esigenze della competizione bipolare e gravato da profezie apocalittiche. Nel caso dei referendum sulle riforme Berlusconi-Calderoli del 2006 e Renzi-Boschi del 2016 sembrava in gioco la democrazia e libertà politica. In questo la giustizia e la garanzia della divisione dei poteri.
Che alla fine i referendum confermativi finiscano ingoiati dal gioco politico generale e nella campagna elettorale si dia pochissima attenzione al merito delle norme in questione, già di per sé tecniche e ostiche, si può considerare scontato, ma questa scontatezza non appartiene affatto alla fisiologia democratica, né all’efficienza dei processi politici. È l’onda lunga di un bipolarismo tribale, in cui appartenenza e alienazione, fanatismo e ignoranza si alimentano l’un l’altra.
In questa campagna referendaria il fronte dei Sì e del No e i loro principali protagonisti sono tanto nemici, quanto indistinguibili nell’abuso della menzogna e del discredito e ricorrono di fatto l’uno contro l’altro allo stesso argomento: di volere una giustizia a misura di galantuomini, mentre “gli altri” la vogliono a misura di delinquenti. Come ha detto il forse più autorevole e “terzo” sostenitore del Sì, il Presidente emerito della Corte costituzionale Augusto Barbera, anche questo referendum conferma che “la post-verità non è solo la diffusione di notizie false, ma il superamento del valore stesso della verità”.
La delegittimazione reciproca delle fazioni, che è la cifra caratteristica del bipolarismo italiano, nel caso di questo referendum però potrebbe ritorcersi anche contro chi la usa, proprio perché il fronte del Sì ha bisogno che gli elettori favorevoli dei partiti del No non rientrino nei ranghi e nello stesso tempo deve convocare al voto gli elettori della destra chiamandoli alla guerra contro tutta l’opposizione. Il risultato del referendum potrebbe giocarsi, in un senso o nell’altro, proprio sulla gestione di questo trade-off. (Public Policy)
@CarmeloPalma
(foto cc Palazzo Chigi)
*l’autore è responsabile dell’Ufficio legislativo di Azione al Senato





