Giustizia e partiti: dal Csm al Movimento 5 stelle // Nota politica

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Il Consiglio dei ministri ha approvato all’unanimità la proposta di riforma del Csm che mette un freno, fra le altre cose, alle porte girevoli fra politica e magistratura (i magistrati che entrano in politica non potranno candidarsi nelle regioni in cui hanno esercitato la funzione nei tre anni precedenti).

Il problema però, ha notato su Repubblica Giandomenico Caiazza, presidente dell’Unione delle Camere penali, “non sono i magistrati eletti in Parlamento, appena cinque o sei, su novemila toghe. La commistione con la politica è data dai giudici fuori ruolo distaccati nei ministeri: i capi gabinetto o i capi del legislativo”. Nella stessa riforma, osserva Enrico Costa, deputato di Azione, “è previsto che il collocamento fuori ruolo di un magistrato ordinario può essere autorizzato ‘a condizione che l’incarico da conferire corrisponda a un interesse dell’amministrazione di appartenenza’. Tradotto: interessi della magistratura”. Porte tuttora troppo girevoli? La giustizia continua dunque a essere un problema della politica, nonostante gli applausi parlamentari a Sergio Mattarella nel giorno della sua rielezione.

Il Csm non è l’unico a meritare attenzione. Quel che servirebbe, con una certa urgenza, è anche la riforma dell’ordinamento penitenziario. La settimana scorsa il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale ha denunciato un triste record: al 10 febbraio ci sono stati, nei primi 40 giorni dell’anno, dieci suicidi più altre 4 morti “per cause ancora da accertare”. “Sono numeri che non possono non allarmare e che evidenziano una netta crescita rispetto agli ultimi anni. Il Garante nazionale esprime forte preoccupazione per tale situazione e ribadisce l’urgenza di garantire alle persone detenute, e al personale penitenziario chiamato a fare fronte a una situazione particolarmente difficile, un più efficace supporto, sia in termini qualitativi che quantitativi”. Le istituzioni dello Stato, compreso il Garante nazionale, “hanno il dovere di dare una risposta tempestiva alle esigenze specifiche e alle vulnerabilità delle persone private della libertà”. Per questo “occorre con urgenza riavviare un dialogo produttivo sull’esecuzione penale detentiva e trovare soluzioni alle tante difficoltà che vivono le persone ristrette e chi negli Istituti penitenziari opera. Così come occorre trovare risposte effettive alla criticità dell’affollamento, situazione accentuata dalla pandemia”.

Non sono temi che purtroppo appassionano l’opinione pubblica. I partiti politici dimostrano debolezza o scarso coraggio su certe questioni. Eppure era stata proprio la ministra della Giustizia Marta Cartabia ad annunciare novità a breve. “Lo stato di abbandono delle carceri italiane è oramai a livelli mai visti sino ad oggi, il ministro della Giustizia aveva promesso che sarebbe intervenuta entro gennaio per migliorare le condizioni delle prigioni della Nazione ma ad oggi nulla si è visto”, dice il segretario generale del Sindacato polizia penitenziaria (S.PP), Aldo Di Giacomo. La giustizia è purtroppo materia per addetti ai lavori (e forse neanche tutti).

È una guerra a colpi di carte bollate, quella interna al M5s. Dopo l’ordinanza del Tribunale di Napoli che annulla la delibera con cui Giuseppe Conte è diventato presidente dei 5 stelle (perché alla votazione era stato escluso chi era iscritto da meno di sei mesi al M5s), Beppe Grillo è tornato in auge, recuperando l’antico ruolo di capo, megafono e mental coach dei grillini. Ma c’è di più: la guerra fra Conte e l’ex capo politico Luigi Di Maio ha raggiunto nuove vette. Il ministro degli Esteri, che ha passato l’ultimo anno a ripulire la propria immagine dalle scorie populiste del movimento prima versione (richieste di impeachment a Mattarella, scambi di cortesie con i gilet gialli), è accusato da Conte e dai cosiddetti contiani, nuova categoria dello spirito politico, di tramare contro la sua leadership per riprendersi il Movimento.

L’antico vizio complottista insomma non è più diretto contro avversari esterni ma, adesso, interni. I parlamentari grillini tacciono, dopo il nuovo editto dell’ex comico, che ha chiesto a tutti di stare in silenzio. Gli avvocati di Conte lavorano per ripristinare la leadership dell’ex presidente del Consiglio, ma le comiche – più o meno finali – non mancano: a salvare Conte potrebbe essere un regolamento interno al M5s, introdotto nell’agosto 2021, che ammetteva al voto per la guida del M5s solo gli iscritti con più di 6 mesi di anzianità. C’è però un dettaglio non secondario: nessuno aveva avvertito i giudici napoletani che hanno emesso l’ordinanza, spiegando – carte o quantomeno email alla mano, visto che il regolamento sarebbe stato fatto girare e votare per posta elettronica – dunque che la ridotta platea di votanti aveva una spiegazione formale. A un certo punto, naturalmente, l’inghippo giuridico sarà risolto. Ma quale che sia la risoluzione – Conte di nuovo leader del M5s oppure no – questo caos giudiziario sancisce la fine politica del partito di Grillo. Un partito che anziché occuparsi di policies, discute soltanto di norme e di codicilli, anteponendo a una sana battaglia politica reclami e ricorsi. Per carità, è tutto in linea con lo spirito del M5s, che per anni ha cercato di abbattere gli avversari per via giudiziaria o burocratica. Potrebbe sembrare paradossale per un partito che si presentava come massimo disarticolatore dei corpi intermedi, un partito che teorizzava la disintermediazione della politica italiana. Alla fine, però, anche il M5s è diventato peggio di quei partiti che diceva di voler combattere. Laddove si dimostra che a fare a gara a fare i puri trovi qualcuno sempre che è più puro di te che ti epura. (Public Policy)

@davidallegranti