La lettera del Governo a Bruxelles, firmata Paolo Savona

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ROMA (Public Policy) – “Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa”. Si intitola così il documento che il Governo italiano ha inviato nelle scorse ore ai vertici dell’Unione europea. Si tratta di riflessioni e proposte per “perseguire il bene comune, la politeia che manca al futuro dell’Ue” e per rilanciare il dibattito sulla riforma istituzionale dell’Unione europea già prima delle prossime elezioni per il Parlamento di Strasburgo. A lavorare al documento, nelle scorse settimane, è stato innanzitutto il ministro degli Affari europei, Paolo Savona, coordinandosi con gli altri membri dell’Esecutivo.

Public Policy ha potuto visionare le 71 pagine di cui si compone complessivamente la missiva per Bruxelles, tra versione italiana, traduzione in inglese e allegati tecnici con i pareri di alcuni degli esperti interpellati dall’Esecutivo.

Tra le altre cose, nel testo si afferma che “la politica dell’offerta” e delle riforme strutturali è “necessaria ma non sufficiente a riportare l’economia europea ai livelli di crescita degli altri paesi industrializzati”. Occorre integrarla con un governo della domanda aggregata. Perciò nel documento si sostiene che “lo strumento principale di una politica della domanda coerente con quella dell’offerta a livello Ue è quella degli investimenti infrastrutturali di interesse comune. Lo stesso vale per gli investimenti di interesse nazionale”.

Che fare, però, se Bruxelles non si muove? “Se l’Ue non intende, né può decidere a causa di vincoli politici, una guida fattiva di questi investimenti debbono farlo tempestivamente i Paesi membri, nella speranza che lo facciano tenendo conto dei bisogni comuni. In taluni casi, anche per gli investimenti si impone l’applicazione del principio di sussidiarietà previsto dal Trattato. L’attuazione a livello nazionale di una politica fiscale centrata sugli investimenti richiede tre condizioni: i. un’esatta conoscenza dei moltiplicatori della spesa di questo tipo, ii. una diversa considerazione temporale dei due parametri fiscali e iii. una diversa registrazione contabile rispetto a quella vigente”.

“Nessun esercizio è stato fatto – si legge ancora nel documento – per evidenziare la portata della prima condizione per la domiciliazione corretta degli investimenti; poco è stato fatto per passare da una concezione statica a una dinamica dei parametri fiscali; e le spese relative vengono incluse nel disavanzo di bilancio complessivo, mentre sono pertinenti a un’altra più appropriata contabilità, quella patrimoniale. Solo una quota parte di questa spesa, pari all’ammortamento del bene investito, dovrebbe confluire nel conto entrate e spese dello Stato, come parte rilevante del disavanzo corrente di bilancio. Anche gli investimenti previsti dalla Strategia di Lisbona del 2000 di creare una knowledge based society andrebbero rilanciati; il loro impatto, insieme a quello degli investimenti tradizionali, contribuirebbe ad aumentare il gettito tributario a livello nazionale che consentirebbe di fronteggiare con mezzi non inflazionistici una più efficace politica di inclusione e di rilancio dell’attività produttiva senza violare gli accordi europei di bilancio e indebitamento pubblici. Non deve perciò valere il principio di una considerazione dei vincoli dei parametri fiscali come obiettivo statico, ma come risultato degli effetti di crescita dovuti a impulsi esogeni, ossia come variabile dipendente dalla combinazione tra azione spontanea del mercato e politica economica”.

“A tal fine non è necessaria una modifica del Trattato, perché, come si è già indicato, è sufficiente una più attenta interpretazione degli accordi di Maastricht, peraltro già praticata in casi nazionali, come quello seguito per agevolare l’unificazione tedesca e altri casi come quelli affrontati nel corso della recente Grande Recessione. Siffatta impostazione comporta che l’iniziativa sulla domanda aggregata deve essere guidata dalla regola aurea di un sistema di crescita stabile: la percentuale di disavanzo del bilancio non deve essere superiore al saggio di crescita nominale del Pil che ne risulta. Se si pone a carico dell’applicazione di questa regola il principio di produrre avanzi di bilancio per ridurre il rapporto debito pubblico/Pil con effetti deflazionistici, la divaricazione degli itinerari di sviluppo dei paesi che si trovano al di sotto della soglia del 60% del rapporto debito pubblico/PIL e di quelli che si trovano al di sopra comporta conseguenze pericolose per la stabilità dell’euro e la coesione socio-politica”.

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RED