La manovra (riscritta) vista dalle opposizioni. Che fare adesso?

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Il Governo ha concluso gli accordi con Bruxelles sulla manovra economica mostrando una moderazione che fino a poche settimane fa sembrava non far parte del patrimonio genetico dell’Esecutivo e dei partiti di maggioranza. In definitiva il presidente Conte ha condotto una trattativa che ha riportato l’Italia nell’alveo del sentiero stabilito dalle istituzioni europee e che ha rimandato la resa dei conti tra forze moderate e populiste direttamente alle elezioni del 2019. Tregua è probabilmente il termine più corretto per definire il rapporto tra il Governo italiano e la Commissione europea che grazie al bilanciamento di alcuni decimali di deficit sembrano aver trovato un punto di incontro ed evitato la procedura d’infrazione.

Quale sarà l’impatto sul sistema politico interno di una manovra rivista? Un punto di osservazione particolarmente interessante, e spesso trascurato, sembra essere quello delle forze di opposizione. Tanto il Partito democratico quanto Forza Italia hanno agitato negli scorsi mesi lo spettro del default dei conti italiani e cavalcato politicamente la crescita dello spread sui titoli di Stato e la rottura con i vertici dell’Unione europea. La pericolosità finanziaria del Governo populista è parso l’unico asset in mano alle opposizioni per molti mesi. Tuttavia, il rientro del deficit operato dal Governo ha placato la volatilità sui titoli del debito pubblico ed entrambi i partiti moderati sembrano aver perso il proprio principale argomento di contestazione politica. In questi termini, dunque, la marcia indietro sui conti pubblici da parte del Governo ha avuto l’effetto, almeno nel medio periodo, di aver asciugato le polemiche e di aver spuntato ai partiti moderati l’arma della pericolosità del Governo per il portafoglio degli italiani. E’ certamente vero, come sottolineano alcuni esponenti di Pd e Forza Italia, che i mesi di tempesta finanziaria comporteranno una maggior spesa per interessi che poteva essere allocata altrove ma questo appare un argomento politicamente debole, un messaggio difficile da far passare nel dibattito pubblico. Cosa resta, dunque, nelle mani dei principali partiti d’opposizione? L’approvazione di una manovra alleggerita fornirà la carta delle “riforme a metà” che il Governo si troverà ad implementare nei prossimi mesi. Tuttavia i due principali provvedimenti economici, riduzione fiscale sulle partite Iva e reddito di cittadinanza, nel breve periodo potranno reggere come propaganda governativa quali segnali di rottura rispetto al passato. Insieme, ovviamente, alla linea dura sull’immigrazione. Difficile pertanto che la critica alla manovra del “non aver realizzato abbastanza” possa essere soddisfacente sul piano del consenso, soprattutto dopo che le opposizioni hanno cavalcato la responsabilità fiscale e agitato lo spettro dello spread.

A tali difficoltà nel dettare l’agenda politica si aggiungono questioni più squisitamente politiche. Berlusconi sarà presto chiamato a scegliere cosa fare con le elezioni regionali. Forza Italia governa praticamente tutti gli enti locali del centro-nord insieme alla Lega e nelle prossime elezioni regionali si voterà anche in diverse regioni del Sud dove Salvini sarà presente. Quale sarà la posizione di Forza Italia? Se il centrodestra si presenterà unito sul territorio potrebbe essere difficile accreditarsi come forza d’opposizione dura sul piano nazionale. E non è un caso che Berlusconi stia facendo da contraltare prevalentemente alle proposte del Movimento 5 stelle o a quelle di carattere esogeno (come lo spread), mentre la linea del partito è ben più morbida sui provvedimenti di marca leghista. I berlusconiani resteranno, con buone probabilità, una opposizione a metà. Un discorso analogo, inoltre, può essere fatto per Fratelli d’Italia il cui peso politico potrebbe ridursi ulteriormente qualora non venisse superata la soglia del 4% alle elezioni europee.

A sinistra il Partito democratico si sta avviando verso un congresso complicato. Zingaretti appare saldamente in vantaggio nelle rilevazioni dei sondaggi, ma Renzi, che rappresenta ancora una parte cospicua dei democratici, deve ancora sciogliere molteplici riserve dopo il ritiro di Marco Minniti dalla corsa per mancato appoggio proprio dell’ex premier. La prima è se partecipare o meno al congresso trovando qualche figura politica del suo cerchio da far competere nell’arena del partito. Il rischio, però, è che un tal candidato arrivi nelle retrovie. La seconda è se aspettare restando nel Partito democratico con la speranza di poterne condizionare la linea, ed indebolire il nuovo segretario, dopo il congresso. La terza è la creazione, di cui tanto si è vociferato, di un partito personale spostato al centro. Il problema in quest’ultimo scenario è che l’area centrista è affollata, ma poco carica di voti. E soprattutto popolata da leader che hanno già consumato gran parte del proprio capitale politico avendo formato i Governi degli scorsi anni. L’ampiezza di questo spazio dipenderà, ovviamente, sia dalla tenuta del Movimento 5 stelle che proprio dai risultati del congresso. Nel caso di vittoria di Zingaretti, infatti, il Partito democratico potrebbe presentare un programma spostato a sinistra liberando spazio per quegli elettori moderati che non sopportano più di mettere la croce sul simbolo del Pd. In questo caso, se Forza Italia rimanesse nell’alveo del centrodestra a trazione leghista, al centro si aprirebbe la possibilità di raccogliere discrete percentuali di consenso (10-15%). Anche se, come noto, nella politica contemporanea quasi tutto dipende dalla credibilità dei leader e dell’operazione politica. Una qualità che sembra difettare agli attori oggi sulla scena. A sinistra invece sembra crescere il consenso, seppur ancor limitato, per opzioni più radicali come Potere al popolo che potrebbero sottrarre consenso al nuovo Pd a guida Zingaretti.

In conclusione il futuro del sistema politico italiano dipende dalla maggioranza, ma anche dalle opposizioni. Il Paese può imboccare la strada del bipolarismo tra le due forze populiste che oggi governano insieme, con un centro ed una sinistra elettoralmente trascurabili, oppure andare verso uno scenario più frammentato il cui unico perno resterebbe però il centrodestra guidato da Salvini, mentre tutto ciò che esiste al centro e a sinistra andrebbe ricostruito sul piano del rapporto con il Movimento 5 stelle. In questo senso il futuro sarà segnato sia dalle scelte di Forza Italia ma soprattutto dalle dinamiche interne al Partito democratico. Il rischio resta in ogni caso quello di creare tanta frammentazione per nulla. (Public Policy)

@LorenzoCast89