L’Olanda rigorista e gli spiragli per i bond: verso il Consiglio europeo

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di Paolo Martone

ROMA (Policy Europe / Public Policy) – I Paesi Bassi non sono mai sembrati così al centro delle questioni Ue come in queste settimane. Geograficamente (e non solo) lo sono eccome, sin dal 1951, quando insieme e Germania Ovest, Italia, Francia, Belgio e Lussemburgo diedero vita alla Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca). La Ceca poi è diventata Comunità economica europea (Cee) nel 1957, e Unione europea nel 1992 (proprio in Olanda, a Maastricht). In piena pandemia di coronavirus l’Aia appare come la capofila del rigore e dell’austerity: no agli eurobond, e no anche ad un bilancio comunitario che superi l’1% del Reddito nazionale lordo Ue (contrariamente a quanto chiedono Commissione, Parlamento europeo e Paesi come Italia e Francia).

Ma non è tutto: l’Olanda è fermamente contraria anche all’unione fiscale, che potrebbe compromettere il suo status di “tax haven” delle multinazionali, di cui beneficiano anche alcune grandi imprese italiane. I numeri del Paese sono di tutto rispetto, ed è cosa nota: sestultimo nell’Ue come superficie ma settimo come numero di abitanti – 17,2 milioni – con il quinto Pil pro capite dell’Unione, dopo Lussemburgo, Irlanda, Danimarca e Svezia. Nonostante le dimensioni ridotte, figura come secondo esportatore mondiale nel settore agricolo – grazie e tecniche avanzatissime – con 90,35 miliardi di euro nel 2018, e per il World Economic Forum l’Olanda è la sesta economia mondiale per livello di competitività, dopo Stati Uniti, Singapore, Germania, Svizzera e Giappone.

Un piccolo gioiello, ma che in questa fase di crisi globale ha deciso di mostrare la sua faccia più arcigna, diventando il “nemico” per tanti che chiedevano vera solidarietà Ue (Italia in primis). Del resto, il Parlamento olandese attraverso due mozioni ha dato un indirizzo politico preciso all’Esecutivo: no categorico agli eurobond, e sì all’utilizzo del Mes ma solo con condizionalità. Niente di nuovo: era esattamente la linea ufficiale del Governo, ma il voto (anche se non vincolante) impegna ancora di più il premier Mark Rutte a non mollare, nonostante anche nella sua maggioranza si siano sollevate voci critiche.

Durante l’Eurogruppo l’intransigenza olandese qualcosa ha dovuto cedere: il ministro delle Finanze Hoekstra voleva prestiti Mes a 5/10 anni con condizioni stringenti, ma la Germania l’ha convinto ad eliminarle per le spese sanitarie. È invece rimasto il limite dei prestiti Mes al 2% del Pil (per l’Italia sebbero circa 36 miliardi). Nel documento finale dell’Eurogruppo è entrato, come chiedevano Italia e Francia, anche il Recovery fund, un fondo per la ripresa che secondo il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, sarà “alimentato dall’emissione di debito comune europeo”. Un dettaglio che però non è esplicitato nelle conclusioni. In generale, tutto quello che ha approvato l’Eurogruppo – 200 miliardi di finanziamenti Bei, Mes senza condizioni per le spese sanitarie, Sure e Recovery fund – dovrà ricevere il via libera definitivo dai leader Ue. Il prossimo Consiglio europeo in videoconferenza si terrà il 23 aprile. Se anche la Germania si convincesse a finanziare il fondo con l’emissione di titoli comuni, la “diga” olandese potrebbe crollare. (Policy Europe / Public Policy)

@PaoloMartone