di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – Sono diventate un caso politico le parole, pubblicate in un post su Instagram, di Tomaso Montanari, rettore dell’Università per Stranieri di Siena, contro i riformisti del Pd. Il pretesto lo ha offerto la presa di posizione di Marco Minniti, ex ministro dell’Interno, a favore del Sì alla riforma costituzionale sulla separazione delle carriere. Per Montanari, sostenitore del no alla riforma Nordio, il fatto che il partito di Elly Schlein si sia “liberato” di Minniti è una buona notizia: “Certo, sarebbe più facile essere credibili se non ci fossero la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, Graziano Delrio, Stefano Ceccanti e tanti altri esponenti del Pd a fare campagna per il Sì con Fratelli d’Italia. Ma aspetto fiducioso il whatsapp che mi dirà che anche loro (come Minniti, ndr) non fanno più parte del Pd (magari con Gentiloni, Guerini e tutti i destro-renziani che smentiscono ogni giorno la linea della segreteria Schlein)”.
Segue replica, su X, di Picierno, chiamata direttamente in causa da Montanari: “Ogni giorno ha la sua pena e succede così che sia costretta a parlare del professor Tommaso Montanari, che dall’altro della sua cattedra in fuffologia, e soprattutto da non iscritto e non votante, vorrebbe decidere dal suo comodo divano di casa, chi deve essere del Pd e chi invece no, e giù la democratica listetta di proscrizione con nomi e cognomi degli indegni non allineati”. Questa volta l’innesco, ha sottolineato Picierno, “è il referendum sulla giustizia: l’accusa è fare campagna per il sì, ma come è evidente è solo una scusa: intanto perché molti degli amici e dei compagni citati voteranno no, e poi perché io stessa non sto facendo campagna, mi sono limitata a scrivere quel che penso in poche righe che il mio amico Prof Ceccanti ha letto al convegno ‘la sinistra che vota sì’ (si è tenuto a Firenze lunedì 12 gennaio ed è stato organizzato da Libertà Eguale, ndr,), perché vi piaccia o no, esiste una sinistra che vota sì, ed è pure autorevolmente rappresentata. Ma questa è decisamente altra questione. Mi interessa invece qui tornare sul Pd, perché sono mesi che viviamo un clima irrespirabile: sono mesi che alcuni si arrogano il diritto di schernire, ridicolizzare compagni di partito e invitano ‘i riformisti’ a lasciare la casa che abbiamo fondato”.
Dice Picierno che “non è più accettabile e chiedo alla segretaria Elly Schlein di pronunciare parole di chiarezza”. Cara segretaria, ha scritto ancora Picierno, “che gli diciamo a Montanari? Che rispondiamo a Bettini, o a chi come loro pensa che il Pd debba essere la riedizione di Rifondazione comunista, rimuovendo venti anni di storia? Tocca innanzitutto a te rispondere, prendere posizione, fare chiarezza e sì, difendere la nostra comunità. Cosa ha da dire la segretaria del mio partito davanti alla criminalizzazione del dissenso, alle gogne mediatiche di questo nuovo ceto di aspiranti intellettuali e pensatori che usa il manganello digitale tra i sorrisetti di molti, anche dentro le nostre stanze? Aspetto da molto, aspettiamo in tante e tanti da molto, e continuiamo ad aspettare con pazienza”.
A poco più di un mese dal terzo anniversario della vittoria di Schlein alle primarie del Pd (26 febbraio 2023) e a un anno dalla scadenza del mandato, il maggior partito di centrosinistra si trova di nuovo invischiato nel duello interno fra maggioranza e opposizione. Un duello destinato a riproporsi fino al prossimo congresso, visto che si avvicinano le elezioni politiche e gli animal spirits dei vari partiti si stanno acconciando alla singolar tenzone. C’è naturalmente una differenza rispetto anche soltanto a pochi mesi fa: l’ex opposizione guidata da Stefano Bonaccini è entrata in maggioranza e sostiene Schlein.
Rimangono però le linee di frattura, che sono varie e non riguardano solo la giustizia. È di pochi giorni fa un altro duello interno, nato in seguito alle parole di Goffredo Bettini, ex europarlamentare del Pd, molto ascoltato dalla maggioranza schleiniana, in un’intervista al Fatto Quotidiano: “La Russia intende proteggere i suoi enormi confini, improvvidamente avvicinati dalla Nato, con qualsiasi mezzo”. Che poi è quello che pensa il Cremlino. Anche sulla politica estera il maggior partito di opposizione è riuscito, dunque, ancora una volta, a spaccarsi in maniera esiziale. Ed è sempre la politica estera la linea di frattura maggiore dentro il Campo largo. Lo si è già visto sul Venezuela (Matteo Renzi afferma una cosa, Giuseppe Conte ne dice un’altra) e sull’Iran e, di nuovo, lo si vede sulla Russia. L’intervista ha fatto adontare, e non poco, i riformisti del Pd, come Giorgio Gori (“Totale sovrapposizione coi 5 stelle ed epurazione di chi non ci sta. Non vedo l’ora che inizi, questo confronto ‘rispettoso, schietto’… ma risolutivo’) e Filippo Sensi (“Un importante dirigente del mio partito oggi teorizza – a parte cacciare quelli come me, ma poco importa – di trasformare il Pd sul tema Ucraina nella Lega o nei 5 stelle”). Il tutto per la soddisfazione di Conte, che guarda i suoi alleati e pensa che nel M5s queste cose non possono succedere, perché, al di là di della protesta solitaria di Chiara Appendino, un capo c’è e le correnti non esistono. (Public Policy)
@davidallegranti





