Qfp, i nodi da sciogliere: dal rebate alle risorse proprie

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di Tommaso Lecca

BRUXELLES (Policy Europe / Public Policy) – Senza un accordo” sul nuovo Quadro finanziario pluriennale (Qfp) “la programmazione economica non può iniziare. Stiamo per perdere il 2021 e potrebbero esserci problemi anche per il 2022”. Lo ha detto un alto funzionario Ue con riferimento al dibattito politico sul bilancio Ue, che giovedì è entrato nel vivo con il summit del Consiglio europeo.

Le stesse fonti assicurano che il presidente Charles Michel è “determinato a raggiungere subito un accordo” con gli Stati membri, per poi procedere all’approvazione definitiva del Qfp da parte del Parlamento europeo. Quest’ultima istituzione ha fissato un contributo degli Stati membri pari all’1,3% del reddito nazionale lordo nella sua proposta. La Commissione prima (con una proposta dell’1,1%) e il Consiglio poi (1,07%) hanno rivisto al ribasso le ambizioni degli europarlamentari, che chiedono maggiori sforzi in materia di Green deal (piano di abbattimento delle emissioni di CO2) e digitalizzazione.

Fonti Ue fanno notare che con la Brexit “ci sarà un gap compreso tra i 60 e i 70 miliardi di euro” nel bilancio europeo. Un buco solo parzialmente compensato dalle risorse proprie aggiuntive dell’Ue, incluse nella proposta di Michel sotto forma di tassa sulla plastica non riciclata e applicazione più estesa dell’Ets (Emissions trading system) sulle emissioni carboniche. Ma per introdurre tali risorse nel bilancio Ue sarà necessario l’ok unanime dei Paesi membri, mentre scontato pare il benestare del Parlamento Ue, favorevole all’introduzione di ulteriori strumenti di auto-finanziamento del Qfp, quali la plastic tax, la carbon tax e la web tax.

Altro tema di tensione tra istituzioni e Stati Ue è quello dei rebate, meccanismo finanziario introdotto negli anni ‘80 – su richiesta del Regno Unito – che consente un rimborso sulla partecipazione al bilancio degli Stati contributori netti che ricevono meno fondi europei. Su tale meccanismo pende una richiesta di cancellazione totale da parte della Commissione e di eliminazione progressiva nella proposta di Michel. Un tema che vede da una parte una ventina di Paesi Ue – tra i quali c’è anche l’Italia – che chiedono il superamento del meccanismo e dall’altra i cosiddetti Stati ‘frugali’: Austria, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia. Da questi si è recentemente sfilata la Finlandia. “È un problema politico”, commenta un alto funzionario Ue. “Alcuni Paesi non vogliono subire forti incrementi di contribuzione”, precisa la fonte, che conferma un negoziato in corso coi cinque Stati membri coinvolti. (Policy Europe / Public Policy) 

@tommylecca