Sardegna e dintorni: tripolarismo asimmetrico, ma tripolarismo

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Il voto in Sardegna ha fornito conferme ancor più convincenti di quello abruzzese sul quadro politico nazionale. Si è scritto molto sul ritorno del bipolarismo tra centrodestra e centrosinistra, che in entrambe le elezioni regionali, si sono contese la vittoria. Tuttavia, se si osserva con più attenzione appare evidente che il sistema italiano resti palesemente tripolare. L’effetto ottico delle regionali, dove le leggi elettorali prevedono l’elezione diretta del presidente e producono generalmente solide maggioranze, rischia di trarre in inganno l’osservatore. Infatti quando ci spostiamo sul piano nazionale dove, con un legge elettorale a tendenza proporzionale, il gioco dei tre poli si mostra in tutta la sua evidenza.

Tuttavia, il tripolarismo che ci si para davanti oggi è fortemente asimmetrico. Partiamo dal primo polo: nelle due tornate elettorali regionali la coalizione di centrodestra è nettamente prima, con un vantaggio di circa 15 punti su quella del centrosinistra. Ciò significa che, quando è unita, questa alleanza rappresenta il polo principale su cui potrebbe poggiare il sistema politico italiano. In essa un ruolo preponderante è giocato dalla Lega, che ha rimpiazzato Forza Italia come partito preponderante della coalizione. Più complessa, invece, è la situazione del secondo polo, il centrosinistra, che con buoni candidati alla presidenza ottiene risultati intorno al 30% dei consensi. Qui, però, si registra una anomalia. Il partito principale di questo polo, il Pd, continua a perdere voti sia rispetto alle elezioni politiche del 2018 che alle precedenti regionali del 2014. La coalizione, dunque, si regge sempre più sulle liste civiche, sui piccoli partiti e sul prestigio personale dei candidati presidente. Ciò determina che, nel prossimo futuro, verrà messo in discussione il ruolo centrale giocato dal Partito democratico che passerà dall’essere stato un partito con ambizioni da maggioranza assoluta ad una isola, per ora ancora la maggiore, di un arcipelago composto da vari movimenti e partiti di sinistra. L’ascesa alla segreteria di Zingaretti è, per molti versi, un segnale in questa direzione. Dopo il fallimento della leadership accentrata ed indiscutibile di Matteo Renzi si fa strada verso il vertice una personalità più incline all’inclusione di altre forze, per costruire una coalizione di centrosinistra. In altre parole Zingaretti dovrebbe svolgere la funzione di riparatore, recuperando tutti quei gruppi che negli ultimi anni hanno abbandonato il Partito democratico.

Il terzo polo, almeno sul piano locale, è il Movimento 5 stelle. I risultati del partito sono stati deludenti in Abruzzo e Sardegna, due regioni in cui i 5 stelle avevano preso percentuali superiori al 40% alle elezioni politiche. Per Luigi Di Maio sono senza dubbio segnali preoccupanti e per gli analisti un indizio che, molto probabilmente, il 32% del 2018 è un risultato irripetibile. Da quel livello di consenso si può solo scendere e la discesa è iniziata. Tuttavia, si tratta di due voti regionali cioè di una competizione in cui il Movimento è sempre tradizionalmente andato peggio rispetto alle elezioni nazionali, dove invece è riuscito sia nel 2013 che nel 2018 ad intercettare un forte voto d’opinione. E’ dunque presto per considerare del tutto esaurita la parabola pentastellata. Ciò non toglie che, quando si tornerà al voto, i rischi di diventare terzo polo, oppure un secondo molto indebolito, esistono.

Con queste carte sul tavolo viene da chiedersi cosa succederà nei prossimi mesi. Al momento nessuno ha interesse ad andare presto al voto. Non ce l’ha la Lega che è cresciuta nei sondaggi e nei risultati elettorali, ha svuotato gli alleati di centrodestra e quelli del Movimento 5 stelle, e si è rafforzata nella sue posizione al Governo. Oggi Salvini può continuare a dettare la linea ad un Esecutivo che è divenuto nel tempo sempre più a trazione leghista sia sul piano della comunicazione che delle politiche. Inoltre, il leader leghista può contare su una “opposizione a metà” portata avanti da Forza Italia e Fratelli d’Italia che è diretta, per lo più, contro i pentastellati.  La forza della Lega pare proprio quella di essere un partito con un elevata capacità di costruire alleanze multiple: con i 5 stelle al governo e con il centrodestra sul territorio.

Non hanno interesse a votare nemmeno i 5 stelle che si trovano in un momento di crisi e nessuno vuole andare alle urne quando sondaggi e risultati elettorali registrano un abbassamento repentino del consenso. Un ragionamento simile può essere fatto per il Pd ed il centrosinistra che necessitano di tempo per due motivi: il primo è una necessaria riorganizzazione dell’alleanza e il rafforzamento della propria agenda politica; il secondo è un indebolimento ulteriore del Movimento 5 stelle che potrebbe verificarsi nei prossimi mesi. Dunque, al momento, la legislatura appare salda almeno fino all’inizio del prossimo anno.

Dopo di che l’aggravarsi del rallentamento economico ed un nuovo equilibrio a Bruxelles dopo le elezioni di maggio potrebbero creare fratture nei partiti oppure incentivi ad andare al voto. Ciò può verificarsi, in modo particolare, nel momento in cui la distanza elettorale tra Lega e 5 stelle alle Europee diventi molto ampia o la maggioranza per governare l’Europa sia costruita a destra (tra Ppe e gruppi sovranisti) a seguito di un risultato sorprendente degli euroscettici. In questo caso si potrebbe avere un probabile rimpasto di Governo oppure una crisi della maggioranza. Tuttavia, i tempi per votare, se si considera anche il calendario della legge di Bilancio, sono ristretti e, inoltre, il Quirinale ha inoltre ampiamente dimostrato di preferire una certa stabilità “di legislatura”. Dunque, le probabilità di elezioni politiche a breve termine restano basse mentre si alzano quelle di un nuovo equilibrio di potere tra i due partiti che compongono la maggioranza.  (Public Policy)

@LorenzoCast89