Twist d’Aula – Salvate il soldato Tria

0
tria

di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Alla Camera, Giovanni Tria ci ha provato in tutti i modi: “una battuta d’arresto più che una recessione”; “la contrazione era attesa”; “il rallentamento nel 2019 solo una previsione”. Non siamo “all’abolizione della povertà” o al “boom economico” di Di Maio, ma un altro paletto sembra saltato. Un paletto tecnico. Perché il ministro è un tecnico da cui ci si aspetterebbero risposte un po’ più tecniche specie nel giorno in cui la Commissione europea taglia le stime così pesantemente come non avveniva da inizio 2012. E se lo ha fatto per molti Paesi europei, compresa la Germania che comunque quest’anno arriverà a 1,1%, l’Italia risulta ultima per distacco, ferma ad un misero 0,2%.

Oltre ai numeri, Bruxelles ha spiegato le ragioni del taglio. In Italia si è verificato un crollo degli investimenti privati legato all’incertezza politica degli ultimi mesi. Proprio quegli investimenti che Tria aveva l’ambizione di rilanciare e che ancora tanto mancano al Paese. Inoltre, l’aumento dei tassi di interesse sui titoli di Stato (lo spread, per capirci, aumentato oggi di 30 punti base) ha appesantito il già grave fardello del debito pubblico e ridotto la capacità delle banche di fornire credito alle aziende. Che quindi investono di meno. Indirettamente, a Montecitorio Tria ha risposto che “siamo fiduciosi che lo spread possa continuare a ridursi”.

La Commissione ha poi diagnosticato come “anemica” l’economia italiana nel primo semestre, con una lieve ripresa che potrebbe arrivare solo nel secondo. Una previsione simile era sfuggita anche a Conte. Ora, per raggiungere l’1% in soli due trimestri e partendo da fermi, da luglio in poi dovremo crescere ad un tasso annualizzato di quasi il 4,5%. Se questa cifra non dovesse essere raggiunta ci sarebbe un problema di tenuta dei conti pubblici e dei parametri di deficit e debito misurati in rapporto al pil. Oltretutto, secondo Bruxelles il miglioramento del secondo semestre sarà basato anche sul calo del prezzo del petrolio, che ridurrà l’inflazione. Ma questo abbasserebbe ancor di più, a sua volta, il pil nominale. “Non vedo necessità di una manovra correttiva” ha detto Giovanni Tria in aula.

Che poi, è risaputo, la speranza è l’ultima a morire o comunque l’ultima a sopravvivere. E Tria alla Camera ha ribadito che la nostra crisi viene da lontano, che sono decenni che cresciamo meno degli altri e che il negoziato sulla manovra ha influito negativamente sulla fiducia. Vero, com’è vero che è stato più volte ad un passo dalle dimissioni proprio sul limite del deficit, pentendosi di non aver rifiutato l’incarico come Pierluigi Ciocca specie quando ha visto i pentastellati esultare dal balcone di Palazzo Chigi. Ma da allora la sua voce è quasi sparita del tutto. E insieme a lui anche quella della Farnesina, l’altra scelta quirinalizia.

Questi due ministeri “tecnici” avrebbero dovuto essere gli argini contro la deriva politica, ma negli ultimi mesi hanno alternato l’allineamento al silenzio. Eppure, una parola su molte questioni potrebbero metterla: Venezuela, Francia, Brexit, Libia e Malta e molto altro se guardiamo all’estero; le coperture che mancano alla proposta di riforma sull’acqua, il piano di privatizzazioni e dismissioni che non parte o la totale assenza di piano per l’industria come quello appena varato da qui al 2030 dalla Germania se guardiamo all’economia. Problemi non solo “tecnici”. (Public Policy)

@m_pitta