Twist d’Aula – Agricoltori, tassisti e balneari: il prezzo della svolta

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Dopo i fatti di Torino la questione sicurezza è tornata al centro dell’agenda politica. Al di là della cortina fumogena delle polemiche, è lecito aspettarsi l’ennesimo scontro polarizzato tra due schieramenti immobili e contrapposti. Il solito schema. È invece sull’economia — il secondo tema indicato da Giorgia Meloni come prioritario per il 2026 — che qualcosa sembra muoversi davvero.

Con l’appoggio al Mercosur il Governo ha compiuto un passo inedito verso l’apertura dei mercati e verso le richieste del mondo industriale, prendendo al tempo stesso le distanze dalle istanze più protezionistiche del blocco agricolo, a partire da Coldiretti, tradizionale componente del consenso di Fratelli d’Italia. Una scelta che difficilmente può essere letta come un incidente marginale o come un errore di valutazione, anche nel caso in cui una parte di quel consenso dovesse spostarsi verso posizioni più marcatamente sovraniste.

Questo schema, del resto, non riguarda solo il Mercosur. Dinamiche simili si sono già viste sul fronte dei tassisti e dei balneari. Al di là del lessico — tradimento, arretramento, compromesso — è oggettivo che Meloni abbia accettato uno scontro diretto, rompendo con interessi corporativi storicamente vicini al centrodestra. Sul trasporto non di linea, il tentativo di sterilizzare gli effetti delle regole europee si è scontrato con vincoli giuridici difficilmente aggirabili. Sulle concessioni balneari, nonostante le ripetute rassicurazioni, il tempo della messa a gara appare sempre più vicino.

Tassisti, balneari e agricoltori rappresentano segmenti organizzati, combattivi e politicamente pesanti, ma spesso impegnati nella difesa di status quo difficilmente compatibili con un contesto di crescita debole e con i vincoli europei. È dunque legittimo chiedersi se la premier abbia deciso di emanciparsi dalla loro agenda, accettando conflitti settoriali e il relativo costo politico, per perseguire altri obiettivi. In primo luogo, quello della crescita.

Per aver un’idea di quanto sia netta la cesura sul Mercosur, basta pensare che è la Francia di Emmanuel Macron — teoricamente più “globalista” dell’Italia — a guidare il fronte del no all’accordo, anche per il peso politico del proprio mondo agricolo. L’Italia, spesso etichettata con troppa facilità come “sovranista” e certamente meno liberista di Macron, sceglie invece di sostenere il trattato di libero scambio con il Sudamerica. Un’inversione che conferma quanto le etichette ideologiche siano sempre meno utili a leggere le scelte economiche e quanto, al contrario, continuino a pesare gli equilibri interni.

D’altronde, non è la prima volta che Meloni rivede posizioni che avevano segnato la sua storia politica. Sul sostegno all’Ucraina, sull’euro, sulla collocazione europea, sul rapporto con Bruxelles e anche sul rigore dei conti pubblici, la premier ha già accantonato impostazioni identitarie in nome di una postura più apertamente governista. Una flessibilità che alcuni osservatori leggono come maturazione della leadership, altri come semplice adattamento tattico.

Resta allora la domanda di fondo. È plausibile che la premier stia tentando di allargare il proprio raggio d’azione, spostando l’asse del consenso verso una base più ampia, che includa il mondo produttivo nel suo complesso. Se quanto accaduto sul Mercosur, come sui tassisti e sui balneari, non fosse una sequenza di episodi isolati ma il segnale di una svolta più generale, saremmo di fronte al tentativo di costruire una nuova coalizione sociale, più larga e orientata allo sviluppo economico. Se così fosse, vorrebbe dire che, per la prima volta e al di là delle ricorrenti polemiche sulla sicurezza, questo Governo ha iniziato a misurarsi con la crescita come asse centrale della propria azione politica. (Public Policy)

@m_pitta