Twist d’Aula – Elogio dell’understatement

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Quando qualche mese fa tutti i sondaggi la proiettavano oltre il 35%, la scommessa: la Lega non supera il 30%. Una puntata facile da piazzare perché allora sembrava improbabile, se non incredibile, che Salvini si potesse fermare. Ma oltre ad un’economia in calo, ai malumori dell’elettorato del Nord e di quello moderato in generale di fronte al blocco di investimenti, infrastrutture e strategie, c’è una considerazione troppo spesso dimenticata: la sovraesposizione, tanto più se intensa, continuata e martellante come quella di Salvini, alla fine fa male. Il troppo stroppia, specie se ci si presenta da estremisti in un Paese di moderati.

Tradizionalmente ogni politico è sempre prodigo di dichiarazioni nei mesi di campagna elettorale e molto avaro, invece, una volta al governo. Poi è arrivato il web, le dirette social, la comunicazione orizzontale a cui sommare la necessità di una ‘ropture’ con cui sono emersi prima Berlusconi, poi i 5 stelle, Renzi e infine Salvini. Ma la sostanza non è cambiata. Se dopo qualche tempo ci si annoia perfino delle persone a noi più intime, figuriamoci di un politico. E Salvini, che magari non è abituato alle lunghe relazioni, avrebbe comunque potuto guardare ai precedenti leader per evitare di perseverare negli errori.

Berlusconi con le sue tv, i suoi giornali, i suoi cartelloni giganti e la sua macchina mediatica alternava periodi di intensa presenza a lunghi e riservati silenzi. Ed è durato, in un modo o nell’altro, più di 20 anni. Renzi, che vittima di egotici presenzialismi era ogni minuto in tv, sui social, in radio, sui giornali e talvolta perfino nel frigorifero, ha avuto un declino quasi più rapido della sua ascesa. E quando dopo il referendum avrebbe dovuto ritirarsi (modello De Gaulle) per qualche tempo – come ipotizzato anche in questa sede – ha invece continuato a intervenire notte e giorno nel dibattito, aggravando la sua posizione.

Intendiamoci, la novità è interessante e talvolta necessaria, ma la tranquillità nel lungo periodo è una sicurezza che non ha prezzo. E i cavalli si vedono all’arrivo, sull’allungo. Per cui anche il nobile e compassato Gentiloni, premier di un “governo non eletto” (sic) che andava a sostituire il detestato precedente, trovò il gradimento tra gli italiani. Come lo trova Giuseppe Conte, che con il suo essere baricentro equilibrato tra gli strilloni gialloverdi, mai eccessivo o esagerato, è tra i più graditi anche senza essere mai stato politico, senza aver mai fatto esperienza da comizio.

Così, Mattarella dal profilo giuridico così ingessato, sembra amato da tutti. E perfino l’understatement di Monti, con tanto di loden bocconiano e occhialoni da Prima Repubblica, fu molto apprezzato prima che lo stesso si mettesse a giocare con i cani dalla D’Urso. Ed è la ragione per cui, come frontman dei grillini, il rassicurante Di Maio è stato preferito al contumace pasdaran Di Battista. E non è un caso che proprio negli ultimi giorni il vicepremier pentastellato abbia provato a tranquillizzare sulla permanenza dell’Italia nell’Unione europea e che abbia puntato sul “decreto famiglia”, scippando un tema tradizionalmente di destra. Insomma, cambiando qualcosa (e qualcuno…) nella comunicazione, i grillini i 5 Stelle si (ri)presentano come centristi, moderati e rassicuranti.

Rosario alla mano, anche Salvini sta provando a correre ai ripari. Lascia parlare Giorgetti, evita lo scontro frontale, ma dopo mesi in cui abbiamo saputo quante salsicce mangia, quante birre beve e perfino quante volte va in bagno (ma restiamo curiosi della sua movimentata e insospettabile vita privata…) forse il pericolo è che la sovraesposizione abbia sbiadito i contorni di invincibilità del leader. (Public Policy)

@m_pitta