di Massimo Pittarello
ROMA (Public Policy) – “Sarà necessario ridefinire le priorità e riprogrammare gli aumenti previsti in altri ambiti, ivi inclusa la Difesa”. Lo ha scritto il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nella premessa al Documento di finanza pubblica. Una frase tecnica, quasi burocratica. Eppure è probabilmente la conseguenza più concreta — e più politicamente rilevante — del fatto che l’Italia abbia chiuso il 2025 con un deficit al 3,1% del Pil, rientrando in procedura di infrazione per disavanzo eccessivo.
Infatti, se si posa la polvere delle polemiche, dei rimpalli di responsabilità e delle accuse su chi abbia fatto lievitare il debito, a partire dal Superbonus, bisogna chiedersi: quali sono gli effetti concreti di quel decimale in più? A chi, a cosa fa comodo che l’Italia resti in procedura di infrazione. Tanto più che il non raggiungimento dell’obiettivo passa per un “incidente”, visto che sarebbero mancati “solo” 600 milioni per arrivare al 3,04%, e quindi per arrotondamento al 3%. Una cifra che solitamente si può differire, per esempio da dicembre a gennaio e quindi spostare a livello contabile da un anno all’altro, ritardando alcune uscite. Un’operazione che questa volta, a differenza del passato, la Ragioneria non ha potuto, o voluto fare. Anche per possibili contrasti con Istat ed Eurostat.
Un’operazione tecnicamente possibile. Politicamente, però, improbabile che nessuno avesse i numeri in mano. Il punto, però, non è capire se si tratti di disattenzione o di calcolo. Il punto è cosa cambia, davvero, stare dentro o fuori dalla procedura. Sul fronte dei mercati: quasi nulla. Gli investitori non prezzano il rating di un paese sulla base delle procedure comunitarie, ma sulla traiettoria complessiva del debito, sulla credibilità della politica fiscale, sul differenziale rispetto al Bund. E su questi parametri — i soli che contino — il quadro italiano non è peggiorato. Il deficit è sceso rispetto alle previsioni di sei mesi fa e di un anno fa, nonostante il denominatore stia calando.
Sul fronte delle regole europee: ancora meno di quanto si pensi. Il nuovo Patto di stabilità ha spostato il criterio dirimente dal deficit alla spesa primaria netta. Il 3% resta un parametro, ma non è più il parametro. Se a questo si aggiunge che si discute apertamente di scostamenti e di sospensione temporanea del Patto — ipotesi oggi meno fantasiose di sei mesi fa — la differenza tra 2,9% e 3,1% assume una rilevanza politica inversamente proporzionale al rumore che genera. Del resto, chi è già fuori dal 3% non rischia una “nuova” procedura aumentando di qualche decimale la spesa. Lo stesso Giorgetti ha detto chiaro che, dopo lo scoppio del conflitto Iran-Israele-Stati Uniti, la procedura di infrazione è diventata un problema di secondo piano rispetto all’emergenza energetica.
C’è però un effetto concreto, e qui la geometria si fa interessante. La procedura blocca di fatto il disegno di legge in discussione in Parlamento che prevedeva 12 miliardi aggiuntivi in tre anni per la Difesa. Quei fondi, nella cornice della procedura, semplicemente non ci sono. Il che offre a Meloni una via d’uscita elegante da un impegno sempre più scomodo: quello preso con la Nato — e, per estensione, con Trump — di portare la spesa militare al 2% del Pil.
Con le elezioni che si avvicinano e una crisi economica che si consolida, trasformare 12 miliardi di risorse pubbliche in armamenti sarebbe un’esposizione politica difficilmente gestibile. Il dilemma è antico quanto la retorica di palazzo: burro o cannoni. In quel contesto, avere la procedura di infrazione come alibi istituzionale — non possiamo, ce lo impedisce Bruxelles — vale molto di più di qualche decimale di spread in più. Quegli stessi miliardi, o una parte di essi, potrebbero invece alimentare qualche misura a beneficio diretto dei cittadini. Più utile, in termini elettorali, di qualsiasi investimento in sistemi d’arma.
Il 3,1% è un problema. Ma per qualcuno, al momento, è anche una soluzione. (Public Policy)
@m_pitta
(foto cc Palazzo Chigi)





