Twist d’Aula – La guerra del Pnrr

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Il fronte è interno alla maggioranza. Vista la frantumazione delle opposizioni è infatti lì che al momento risiede lo scontro politico. E si tratta di una battaglia che si gioca principalmente sul terreno economico e in particolare sul Pnrr. Non a caso è arrivato puntuale il “monito” di Mattarella. Dall’attuazione del Recovery, sia per la parte che riguarda le riforme – balneari, taxi e pagamenti digitali solo per citare alcuni temi – sia per quella relativa agli investimenti – ferrovie, reti di telecomunicazioni, dissesto idrogeologico – dipendono i rapporti con Bruxelles, ma anche la vita del Governo e, in buona parte, il prossimo ciclo economico del Paese.

Purtroppo, siamo maledettamente in ritardo. Per rispettare la scadenza del 31 dicembre e incassare la terza rata da 19 miliardi mancano ancora 25 obiettivi. E restano solo 26 giorni. L’aggiornamento (l’allarme) è arrivato dopo che da maggio scorso sono mancate notizie ufficiali e approfondite sullo stato di avanzamento della spesa. Era stato il ministro Fitto a lanciare informalmente l’alert. Dei 42 miliardi di spesa prevista entro fine 2022, dopo il ribasso a 33 miliardi prima e a 21 miliardi poi annunciato da Draghi, è possibile che si scenda ancora. Dalle parti di via XX Settembre dicono sotto i 15 miliardi, un terzo di quanto inizialmente previsto. Se questo fosse il ritmo, degli oltre 200 miliardi da spendere entro il 2026 alla fine si dovrebbe rimanere intorno ai 60.

Poco, come sempre. Se guardiamo al passato, nei due cicli di fondi di coesione che vanno dal 2007 al 2020 abbiamo speso il 45% del totale, 95 miliardi sui 206 totali. Una cosa che non accade nessun altro Paese e che appare ancor più grave se si pensa a quanto avremmo bisogno di spendere. Se guardiamo al futuro poi non va meglio, visto che per usare i miliardi di investimenti, e per raggiungere milestones e target del futuro, siamo davanti a tour de force, ad una missione impossibile. D’altra parte la situazione è oggettivamente ostica. Draghi ha avuto enorme difficoltà nello scrivere il Piano (fu una delle due ragioni, insieme alla campagna vaccinale per cui fu chiamato a Chigi), tanto che l’approvazione definitiva arrivò solo dopo le sue intercessioni personali con Merkel e von der Leyen. E quella era la parte più “facile”. È ora che il gioco si fa duro.

Bisogna superare scogli politici aspri come quelli sulla concorrenza, sulle concessioni delle spiagge, sulla liberalizzazione del contante, sull’uso del contante. Tutte riforme su cui Bruxelles preme, nella convinzione di poter rendere più omogeneo il tessuto economico continentale, ma che in Italia incontrano resistenze settoriali piuttosto robuste e diffuse. Bisogna capire quale sarà l’equilibrio interno ai partiti della maggioranza. Se per esempio Daniela Santanchè, ora ministra del turismo e storica interlocutrice dei balneari, accetterà la linea europea. O se il mondo delle imprese che pure ha votato Meloni al nord sarà disposto ad accettare un dietrofront sull’uso del cash (specie dopo la polemica, degradante, tra Fazzolari e Banca d’Italia).

C’è poi la questione dei soldi da spendere. Abbiamo quattro anni per realizzare ferrovie, strade, ospedali, impianti di energia rinnovabile, ma anche sistemi di connettività, processi di digitalizzazione e tanto altro. Interventi capillari sul territorio che solitamente in Italia, quando riescono, richiedono decenni. Perché ora sarà diverso? Senza dimenticare che spesso mancano le aziende in grado eseguire i progetti. E quando ci sono, nel pubblico come nel privato, non hanno personale adeguato. L’ipotesi che circola allora è che, per via degli aumenti fino al 35% dei costi delle materie prime, si possa cancellare qualche progetto infrastrutturale dirottando i soldi su opere di più facile realizzazione. Tuttavia per fare questo, e anzi per tutta l’attuazione del Pnrr, servirebbe una unità politica che non c’è. Anzi, c’è una guerra sotterranea.

Dopo che Meloni ha tolto le deleghe sui fondi da Giorgetti per darle a Fitto, scatenando le ire dei funzionari del Tesoro, in una riunione a Palazzo Chigi la delegazione della Lega ha messo il veto su un decreto di semplificazione proposto proprio da Fitto per accelerare sul alcune opere del Recovery. Niente, veto politico. A Bruxelles poi si domandano perché le competenze siano state sottratte al Mef, visto negli altri Paesi è sempre l’Economia a gestire i fondi ed è l’Ecofin è il luogo dove si discute del Next Generation Eu. Intanto Pichetto Fratin e Urso litigano su chi debba gestire i 35 miliardi di stanziamenti in ambito energetico. Insomma, battaglia fratricida. Se durante il Governo Draghi, che pure aveva un compito più semplice e forze politiche senza diritto di veto, il Pnrr è stato un ostacolo ostico, ora può diventare insormontabile. Altro che strumento di rilancio del Paese, qui si tratta della bomba innescata dentro gli equilibri della maggioranza e, soprattutto, nei nostri rapporti con Bruxelles. (Public Policy)

@m_pitta

(foto cc Palazzo Chigi)