Altro che fake news: il problema dei social è che sono un monopolio

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di Pietro Monsurrò

ROMA (Public Policy) – Sono anni che si parla di fake news come se fossero un pericolo per la libertà, e come se fossero una novità nata con i social. Ma il più serio pericolo per la libertà e la democrazia nato con i social media potrebbe essere un altro: i social sono di fatto un monopolio dove poche aziende possono decidere quali idee diffondere e quali censurare, quali persone far notare e quali far dimenticare.

Immaginiamo i social come una piazza: tutti chiacchierano tra loro, alcuni fanno proclami, altri attaccano manifesti, altri ancora discutono della sfericità della Terra e della provenienza aliena della Xylella e di Michelle Obama (uno di questi argomenti è inventato). Nessuna persona sensata si aspetterebbe discussioni intelligenti in tutti i casi, o anche solo in una maggioranza: la politica, come l’oroscopo e lo sport, è un passatempo.

Un giorno, il ricchissimo Wilson Fisk compra tutte le strade, e decide chi può passeggiare, chi può parlare, di cosa si possa parlare, chi può usare un megafono, chi può attaccare manifesti. Ciò costituirebbe un potere enorme, pericoloso per la democrazia e la libertà. Ci sono già precedenti, anche se nulla di apocalittico. Di delatori che fanno sospendere utenti Fb in base ad accuse misteriose, sfruttando l’incapacità degli algoritmi di comprendere il contesto delle frasi, se ne vedono spesso. Una politica di Youtube è di impedire ai canali che parlano di armi di fare soldi con la pubblicità, o di censurarli del tutto, e anche se Youtube non è un monopolista (alcuni canali del genere pare si siano trasferiti su… Youporn), ha un forte potere di mercato, anche senza considerare che è una sussidiaria di Google.

Più concorrenza non risolverà il problema: Facebook è un monopolio naturale, perché il suo scopo è connettere tutti, e non ha senso avere dieci Facebook per contattare un decimo dei propri “amici” per volta. Youtube non lo è, anche se ha una quota di mercato considerevole. Il mercato dei motori di ricerca non è monopolistico, ma di fatto non esistono alternative a Google come qualità del servizio. Ma anche considerando tutti i principali servizi online assieme, ci si trova di fronte ad un oligopolio: una manciata di aziende controlla tutto. Ed essendo tutte aziende americane, provenienti dalla Silicon Valley, con sede in California, è da attendersi un’elevata somiglianza nella loro visione del mondo: l’ultima cosa che possiamo aspettarci è diversità di opinioni.

Non è una soluzione la “portabilità dei profili social”, che equivale al diritto di poter parlare in un’isola deserta, su qualche social sconosciuto, anziché in piazza. Non è granché neanche l’idea di far intervenire direttamente lo Stato: tra monopolio pubblico e monopolio privato, almeno il secondo può essere scalzato, se dovesse offrire servizi pessimi. Il problema è la creazione di un altro “Quarto Potere”: dieci anni fa c’erano i blog, ora tutto passa su poche piattaforme. Difficile anche aumentare il numero di concorrenti: un giorno Google potrebbe trovare un concorrente degno, e un giorno ci saranno social più diffusi di Facebook e siti di streaming più diffusi di Youtube, ma verosimilmente cambieranno i nomi dei protagonisti, non il loro numero. Ed è facile realizzare che la concorrenza di social network controllati da regimi autoritari, quando non totalitari, come Russia e Cina, non migliorerà la situazione (ed è difficile immaginare qualcosa di più totalitario del sistema di credito sociale per la valutazione dei cittadini creato in Cina), ma rappresenta anzi un rischio per la sicurezza nazionale.

Tornando all’esempio della piazza: la piazza è un bene comune, un “commons”, ed è accessibile a tutti. Ci sono regole, dettate dall’ordinamento e dal buonsenso: non si può andare in giro nudi, vendere droga, o assordare tutti con musica ad alto volume, non si può accusare qualcuno senza prove, o urlare improperi a un altro. Per il resto, ognuno decide dove andare, con chi parlare, di cosa parlare. Questo non garantisce che nel bar all’angolo non si dicano idiozie (o, meglio, garantisce che spesso accada il contrario), ma permette a chiunque di fornire contenuti alternativi, o di non discutere con interlocutori inadeguati. Decisamente meglio di far decidere tutto a una manciata di aziende, tra l’altro estremamente omogenee tra loro. (Public Policy)

@pietrom79