Così élite politiche e intellettuali alimentano il rischio “fake news”

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di Marco Valerio Lo Prete

ROMA (Public Policy) – Da dove nasce il successo della disinformazione e delle cosiddette fake news? Secondo quanto scritto da Pietro Monsurrò su Public Policy, staremmo assistendo a una “epidemia di creduloneria in parte della popolazione che ha reagito alla perdita di fiducia nell”élite’ con un ancora più infondato fideismo ‘contrarian’, dall’antivaccinismo al putinismo”. L’analisi è condivisibile, soprattutto per lo sforzo di andare oltre la “veduta corta” e l’aneddotica a effetto; inoltre le sue conclusioni hanno il pregio di mettere in guardia da soluzioni semplicistiche e da derive censorie.

Tuttavia non va sottovalutato anche il ruolo attivo di una parte della classe dirigente nel sostegno di specifici atteggiamenti che ci rendono più ricettivi alla disinformazione. In questa sede mi vorrei concentrare su tale ruolo attivo, a costo di sorvolare su altri fattori originali che rendono degna di nota la tendenza attuale delle fake news, come per esempio l’esordio in grande stile del marketing – sulle ali del web e dei social network – nell’agone politico, osservato dall’analista di geopolitica George Friedmanoppure l’incrinarsi del quasi-monopolio informativo esercitato a livello globale dai media anglo-americani, rilevato dall’economista Branko Milanovic.

In che senso, dunque, le nostre élite favoriscono, o quantomeno avallano, l’avanzata delle fake news? Essenzialmente, rendendo il terreno più fertile per la disinformazione, favorendo l’affievolirsi dello spirito critico in ampie porzioni dell’opinione pubblica. Un indicatore che lo testimonia è il livello sorprendentemente alto dell’analfabetismo funzionale in molti Paesi sviluppati che hanno debellato la piaga dell’analfabetismo classico. Basti dire che in Italia, secondo l’Ocse, solo il 30% delle persone fra i 16 e i 65 anni è in grado di leggere e comprendere un testo complesso.

Non solo. Esistono trappole cognitive e altri pregiudizi in cui incorrono anche i cosiddetti “competenti”, e cioè i bias cognitivi. Il più noto è il “bias di conferma” che descrive la tendenza a cercare solo informazioni che confermano ciò in cui crediamo, ad accettare soltanto fatti che rafforzino le spiegazioni che preferiamo e a scartare i dati che mettono in discussione quelle che riteniamo essere delle verità. Il bias di conferma ­– insieme alle sue sottospecie che sono il bias di negatività e le teorie del complotto, spesso esaltato dal senso di appartenenza identitario o politico, o in tandem con il bias dell’uguaglianza – va a braccetto con le fake news perché, come scrive Tom Nichols nel suo libro “La competenza e i suoi nemici” (pubblicato in Italia da LUISS University Press), rende “estenuanti i tentativi di argomentazione razionale, producendo invece discussioni e teorie non falsificabili”.

Eppure ci sarebbe un antidoto per limitare gli effetti nefasti di analfabetismo funzionale e bias cognitivi: si chiama metodo scientifico. Come ha scritto sul quotidiano “Il Mattino” Gilberto Corbellini, ordinario di Storia della medicina e Bioetica all’Università Sapienza di Roma, infatti, “la scienza non ci viene naturale, perché procede per controlli e tentativi di confutazione, non per confermare le credenze a cui teniamo”. Un esercizio faticoso, quello che consiste nel tentare di risolvere i problemi in cui incappiamo ricorrendo a teorie e ipotesi da sottoporre alla falsificazione dei fatti, proprio perché va esattamente nella direzione opposta a quella in cui ci porterebbero i nostri bias se non fossero temperati e controllati.

Il metodo scientifico, insomma, quello che è all’opera nel laboratorio del bravo biologo così come nella redazione del giornalista che abbia a cuore l’oggettività dell’informazione, forza il nostro modo di conoscere le cose. Sempre per parafrasare Corbellini, è grazie a ciò che siamo arrivati ad avere un controllo sull’ambiente e un benessere senza precedenti nella storia dell’umanità. Oggi però l’insegnamento del pensiero critico e del metodo scientifico, i cui princìpi hanno una valenza etica oltre che epistemologica per chi abbia a cuore la società aperta (Karl Popper), è bistrattato perfino nelle nostre scuole e università.

Addirittura, secondo un numero crescente di analisti, la condizione attuale dell’istruzione universitaria rischia di fare presto piazza pulita dell’idea che “razionale è colui che dà più importanza all’imparare che all’avere ragione” (Dario Antiseri). Osserva Nichols, infatti, che l’Università – a partire dagli Stati Uniti – si sta progressivamente trasformando in un’esperienza orientata al consumatore, in cui gli studenti/clienti imparano soprattutto una cosa: che il cliente/studente ha sempre ragione. L’ateneo da esperienza “scomoda” per eccellenza, da “luogo in cui una persona si lascia alle spalle l’apprendimento dell’infanzia, basato sulla memorizzazione e la ripetizione, e accetta l’ansia, il disagio e la sfida della complessità che conduce all’acquisizione di una conoscenza più profonda”, punta ad assomigliare a un “safe space”. Uno “spazio sicuro”, come lo chiamano con lessico orwelliano i fautori del “politicamente corretto”, che metta al riparo gli studenti da ogni forma di espressione intellettuale o politica che possa fungere da “innesco” (“trigger”) di una sensazione spiacevole, sia essa una nottata passata sui libri, un brutto voto o una discussione accesa.

Se dirigenti e docenti universitari, sostenuti in questo da alcuni giovani attivisti politici, stabiliscono che le emozioni vincono su tutto il resto, se un gruppo di allievi urlanti di Yale può ottenere le dimissioni di un docente che ha avuto la temerarietà di suggerirgli di ignorare i costumi di Halloween che ritengono offensivi (è la storia vera dei docenti e coniugi Christakis avvenuta nel 2015), ciò vuol dire che la regressione allo stato infantile dei nostri cittadini e leader futuri è già in corso. Se il metodo scientifico è svalutato, allora la pazienza e la capacità di ascoltare gli altri non sono più le precondizioni di un confronto razionale, così come la ricerca di nuove informazioni e l’esame spassionato di idee concorrenti non sono più virtù tipiche di ogni dibattito. In questo modo, le élite di oggi inoculano nelle élite di domani valori di sostanziale intolleranza e di rigetto dello spirito razionale e critico.

I social network e alcune nuove modalità di fruizione delle notizie mostrano una consolidata tendenza a rinchiudere ciascuno di noi – con le buone, si intende – in quelle che gli analisti anglosassoni chiamano “echo chambers”, o camere di riverberazione: stanze chiuse dove – con tecniche mutuate dal marketing – il flusso delle notizie è editato e indirizzato in maniera personalizzata per farci confrontare sempre più con le sole tesi o i soli individui che “ci piacciono”. Le classi dirigenti e intellettuali rischiano di sigillare ulteriormente porte e finestre di queste “stanze dell’eco” ogni volta che ignorano il metodo scientifico o mettono in sordina lo spirito critico. Esaltando le conseguenze negative di analfabetismo funzionale e bias cognitivi, magari per interessi politici di breve termine o a tutela del proprio status, contribuiscono a rendere ancora più claustrofobici i luoghi del confronto pubblico e dell’informazione. Così si crea un ambiente adatto affinché le fake news – fenomeno di per sé non nuovissimo – possano diventare più convincenti per milioni di cittadini e più pericolose per la nostra società. (Public Policy) 

@marcovaleriolp