di David Allegranti
ROMA (Public Policy) – L’emergenza carceri non è più un’emergenza, perché tutto quello che doveva emergere è già emerso. Nelle prigioni italiane ci sono – dati aggiornati al 30 novembre – 63.868 detenuti per una capienza regolamentare di 51.275 posti, ai quali però vanno sottratti quelli inagibili, circa 4.500. Il sovraffollamento medio è al 138,4 per cento, ma in 72 istituti su 189 è superiore al 150 per cento.
Nelle prigioni italiane ci si suicida: quest’anno, secondo i calcoli di Ristretti Orizzonti, sono 76 i detenuti che si sono tolti la vita, l’anno scorso furono 91, cifra record (il precedente record era del 2022: 84). Nel 2024 a 5.837 persone detenute nelle carceri è stato riconosciuto di essere state sottoposte dall’Italia a trattamenti inumani o degradanti. “Servono urgenti riforme”, chiede Antigone che ha lanciato anche una petizione pubblica (per ora sono oltre 1.300 le firme): “Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torreggiani, ha condannato l’Italia per le condizioni inumane o degradanti delle nostre carceri. Circa 4.000 ricorsi erano stati presentati da altrettante persone detenute italiane. Quella sentenza pilota aprì le porte ad una stagione di riforme, dove le condizioni di detenzione erano al centro dell’attenzione pubblica”.
Si tratta di numeri “drammatici che aumentano all’aumentare del sovraffollamento”. L’Italia continua “a violare i diritti fondamentali, ed il numero esorbitante di suicidi, anche tra il personale, o di incidenti di ogni tipo, sta a dimostrarlo. Non possiamo accettare che la privazione della libertà diventi privazione della dignità”.
In questi giorni anche Papa Leone XIV è intervenuto in occasione del Giubileo dei detenuti, cominciato lo scorso 12 dicembre: “Sono molti a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare”, ha detto il Papa nella messa del Giubileo dei detenuti rilanciando alle “istituzioni” l’appello di Papa Francesco nella Bolla di indizione per “forme di amnistia o di condono della pena”. “Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio”.
Le parole del Papa arrivano a pochi giorni da quelle del presidente della Repubblica Sergio Mattarella: “Va valorizzato il protagonismo degli istituti di pena per garantire prospettive, ripresa e rinascita. Qui ho visto iniziative emblematiche ed esemplari”, ha detto la settimana scorsa durante una visita a sorpresa del carcere romano di Rebibbia. Purtroppo altri istituti penitenziari presentano “una condizione totalmente inaccettabile”. Le carceri non possono e non devono, ha aggiunto il capo dello Stato, “isolarsi dal mondo esterno ma devono far parte, come è doveroso, del mondo esterno”. Non è il primo appello che Mattarella rivolge sulle carceri italiane – sovraffollate e fatiscenti – ma c’è da sperare che sia l’ultimo a cadere nel vuoto. In caso contrario, il presidente della Repubblica potrebbe avvalersi di una delle sue prerogative costituzionali e inviare un messaggio alle Camere unite sul carcere, come fece Giorgio Napolitano nel 2013 dopo la sentenza Torreggiani.
Il Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa nei giorni scorsi ha espresso preoccupazione per il numero di suicidi nelle carceri italiane e chiesto interventi urgenti che portino a progressi concreti. Il comitato dei ministri ha notato “con interesse le recenti misure adottate dalle autorità, tra cui l’attribuzione di risorse finanziarie per il 2025-2027, l’adozione di norme volte a rafforzare il supporto psicologico e psichiatrico in carcere e ulteriori interventi previsti per migliorare la prevenzione del suicidio”, ma ha anche osservato “con preoccupazione la persistente tendenza negativa nel numero di suicidi in carcere, che sottolinea ulteriormente l’urgenza di progressi concreti”.
In questi anni sul carcere si sono moltiplicati appelli, dichiarazioni, interviste di numerosi attori istituzionali. L’attenzione sul carcere è cresciuta. I problemi però sono rimasti gli stessi. Anche il presidente del Senato Ignazio La Russa ha chiesto una soluzione urgente, un “mini-mini-indultino” che però è stato prontamente respinto dal Governo Meloni. Le parole di La Russa di questi mesi sono effettivamente notevoli se paragonate a quel che il Governo ha fatto fin qui su giustizia e carcere, compreso inventarsi nuovi reati secondo la ben consolidata teoria e pratica del populismo penale. Come il delitto di rivolta contenuto nel dl Sicurezza, poi convertito in legge a giugno, che Antigone e altri avevano chiesto di cancellare. “Con esso il Governo ha deciso di stravolgere il modello penitenziario repubblicano e costituzionale, ricollegandosi al regolamento fascista del 1931. Il delitto di rivolta carceraria, così come formulato nel decreto, sarà un’arma sempre carica di minaccia contro tutta la popolazione detenuta”, ha detto il presidente di Antigone, Patrizio Gonnella.
Di fronte all’uso e all’abuso del diritto penale, le parole di La Russa sono state importanti, ma alla fine purtroppo inutili. (Public Policy)
@davidallegranti





