Come sta cambiando (tra Roma e Bruxelles) la Manovra del cambiamento

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ROMA (Public Policy) – Dalla manovra del cambiamento si è passati al cambiamento della manovra. La Commissione europea, nella sua ultima riunione del 2018, ha annunciato che “le nuove misure fiscali presentate dal Governo italiano” consentirebbero “di non raccomandare a questo punto l’apertura di una procedura di infrazione per deficit eccessivo” se “verranno votate dal Parlamento prima della fine di quest’anno”. In pratica, l’iter della procedura di infrazione è in stand by, in attesa che la manovra diventi legge, e l’Esecutivo Ue ha avvertito che “vigilerà”. Lo sblocco della trattativa con Bruxelles ha permesso l’arrivo in commissione Bilancio dell’atteso maxiemendamento governativo, un fascicolo di 32 pagine che contiene tutte le nuove misure, tranne reddito di cittadinanza e quota 100. C’è il taglio sulle pensioni d’oro, valido dal 2019 e per 5 anni, che sarà del 15% per i redditi compresi tra 100mila e 130mila euro lordi, e arriverà al 40% per i trattamenti superiori ai 500mila euro. Nel ‘maxi’ ci sono anche aumenti Iva per 23 miliardi nel 2020 e quasi 29 (28,75) nel 2021 e nel 2022: stando alla relazione tecnica allegata, senza un intervento, l’aliquota ridotta del 10% potrebbe salire nel 2020 al 13%, e l’aliquota ordinaria al 22% passerebbe nel 2020 al 25,2% e nel 2021 al 26,5% nel 2021. Resta la sterilizzazione degli aumenti per il 2019.

C’è anche una web tax, un’aliquota al 3% sui ricavi da applicare ai soggetti che prestano servizi digitali e che “hanno un ammontare complessivo di ricavi non inferiore a 750 milioni, e un ammontare di ricavi derivanti dalla prestazione di servizi digitali non inferiore a 5,5 milioni di euro”. Confermatissime in manovra anche il rapporto deficit/Pil al 2,04% (invece che al 2,4) nel 2019, e una nuova stima per la crescita del prodotto interno lordo (l’1% nel 2019 invece dell’1,5).

La commissione Bilancio del Senato ha lavorato fino a notte fonda sulla manovra, e tornerà a riunirsi oggi alle 15, mentre il termine per presentare subemendamenti scade oggi alle 13. Il Governo presenterà domani (tra le 15 e le 16) il maxiemendamento direttamente in aula, su cui metterà la questione di fiducia che verrà votata dopo mezzanotte. Il testo ,dopo l’approvazione a Palazzo Madama, deve tornare a Montecitorio per il via libera definitivo: al momento, le ipotesi prevedono l’inizio dell’esame alla Camera il 24 dicembre o tra Natale e Capodanno. Tutto dipende dai tempi del Senato, tenendo conto che la legge di Bilancio è da approvare assolutamente entro la fine di dicembre per evitare l’esercizio provvisorio.

La riforma della legge Fornero con quota 100 sarà definita con un decreto legge ad hoc, da approvare a gennaio dopo il via libera alla legge di Bilancio. Nella manovra ci sono gli stanziamenti necessari, fondi che tuttavia si sono ridotti dopo la trattativa con Bruxelles: 4,7 miliardi per il 2019, 8 nel 2020 e 7 nel 2021. In pratica, a partire dal 1° aprile 2019, potrà andare in pensione chi ha almeno 62 anni di età e 38 di contributi versati. L’anticipo massimo possibile, rispetto alla pensione naturale che dal 2019 sale a 67 anni, è di cinque anni. Chi utilizzerà quota 100 percepirà, come è ovvio, un assegno più basso rispetto a chi andrà in pensione a 67 anni, ma non sono previste penalizzazioni particolari.

Stesso iter anche per il reddito di cittadinanza, che sarà definito da un provvedimento apposito dopo l’approvazione della manovra. Il Governo ha annunciato che la misura, cavallo di battaglia dei 5 stelle, partirà “nei tempi che avevamo previsto”, ma il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha specificato che sarà operativo “dal primo aprile”; quindi, un po’ in ritardo rispetto alle ipotesi originarie (febbraio), e anche qui la trattativa con l’Ue ha avuto un costo. Se slitta la partenza, calano anche le risorse per il 2019, che saranno 7,1 miliardi (di cui 1 a favore dei centri per l’impiego) invece di 9. Tuttavia, il premier Conte ha sottolineato che “non si riducono i contenuti né la platea dei destinatari”, e parliamo di 5 milioni di beneficiari potenziali, cioè quelli che secondo l’Istat sono in povertà assoluta, con un reddito annuo sotto i 9mila euro, e che potranno ricevere un sostegno mensile fino a 780 euro. Avranno diritto alla misura anche più membri della stessa famiglia, a condizione che ognuno abbia un reddito inferiore ai 780 euro al mese. Chi vuole beneficiarne dovrà però dimostrare di avere davvero bisogno dell’aiuto pubblico attraverso i moduli Isee (che deve certificare un reddito sotto i 9mila euro), ma sarà valutato anche il conto in banca, che non dovrà superare i 5mila euro. Non ne usufruirà chi ha una seconda casa o un’automobile immatricolata di recente, e se si vive in una casa di proprietà l’assegno mensile scenderà di 500 euro. Il reddito di cittadinanza non sarà “a vita”: dovrebbe durare 18 mesi, durante i quali il beneficiario dovrà frequentare corsi di formazione nei centri per l’impiego e dedicare almeno 8 ore a settimana a lavori di pubblica utilità nel proprio Comune di residenza. La misura, che ha lo scopo di aiutare le persone in difficoltà a reinserirsi (o a inserirsi ex novo) nel mondo del lavoro, sarà revocata al terzo rifiuto di un’offerta di impiego. (Public Policy) PAM