Cosa rischia il Governo tra elezioni e riforme. E Draghi non è per sempre

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di Lorenzo Castellani

ROMA (Public Policy) – Matteo Salvini ha lanciato l’idea di una federazione di centrodestra puntando a stringere l’alleanza con Forza Italia di Silvio Berlusconi, partito con il quale sostiene il Governo di Mario Draghi. Salvini è in difficoltà per l’ascesa di Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia, oramai vicina al 20% nei sondaggi e a pochi punti dalla Lega. Meloni ha il vantaggio di essere l’unica forza di opposizione, una posizione che permette di aumentare i consensi. Così Salvini tenta la scalata su Forza Italia, anch’essa in difficoltà sul piano elettorale. L’operazione è ragionevole sul piano parlamentare, dove le forze di destra possono coordinarsi meglio e pesare di più nelle decisioni della maggioranza, ma appare prematura sul piano politico. Non è ancora noto né quando né con quale legge elettorale si voterà e i primi sondaggi mostrano che la federazione roterebbe in totale meno consenso dei due partiti separati. La soluzione è una somma di due debolezze, quella di consenso di Forza Italia e quella di Salvini rispetto alla Meloni, e potrebbe non funzionare granché. È più un segno di difficoltà che di buona salute per i due partiti.

Si torna a parlare anche di politica internazionale e ha fatto discutere molto l’incontro tra il fondatore del Movimento 5 stelle e l’ambasciatore cinese in Italia. Un evento tenutosi nei giorni in cui Mario Draghi, presidente del Consiglio di un Governo di larghe intese sostenuto anche dal Movimento, è al suo primo G7 non è soltanto uno sgarbo istituzionale verso Palazzo Chigi, ma una mossa politica errata. Lo si è capito immediatamente dalla retromarcia inserita dall’ex premier Giuseppe Conte che ha disertato all’ultimo l’incontro accampando la scusa dei motivi personali. In questo modo però il nuovo leader pentastellato rischia di apparire inaffidabile agli occhi di Pechino e ancora di più a quelli dell’Alleanza atlantica. Nella oramai più che decennale storia del Movimento 5 stelle raramente si ricorda un momento politico più imbarazzante sul piano internazionale. E non è detto che ciò non possa avere implicazioni a livello governativo: il filo-statunitense Mario Draghi potrebbe infatti decidere di sottrarre quanto più possibile i dossier fondamentali di politica estera agli esponenti del Movimento.

Altro punto della discussione politica sono le elezioni locali di ottobre. Si voterà per l’elezione dei sindaci di Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna. A sinistra l’alleanza Pd-Movimento 5 stelle non decolla. In quasi tutte le maggiori città i due partiti correranno da soli al primo turno. Nelle primarie del centrosinistra di Torino si è registrata una affluenza molto bassa. A destra c’è stata grande difficoltà nel trovare dei candidati sindaci. I trend nazionali degli ultimi anni mostrano una prevalenza del centrosinistra nelle grandi città controbilanciato da un ampio margine della destra nelle province. Sembrano già scontate le vittorie del centrosinistra a Bologna, Napoli e Milano. Ma vedremo se il Governo Draghi avrà cambiato anche gli equilibri della politica locale.

Da ultimo, il decreto Semplificazioni-governance (il cosiddetto dl Recovery) varato dal Governo ha rafforzato la centralizzazione politica nella presidenza del Consiglio. Il premier potrà commissariare i Governi locali e regionali in caso di ritardi o inadempienze nell’attuazione delle politiche del Recovery Plan. Inoltre, il decreto stabilisce la creazione di una segreteria tecnica, composta da 350 esperti, che resterà in carica fino al 2026 e svolgerà una funzione di sovrintendenza tecnica sull’implementazione delle riforme. La strategia di Draghi è chiaro: sopravvivere a se stesso e vincolare i Governi che verranno dopo il suo alle direttive politiche decise in questi mesi a livello nazionale ed europeo. Da decenni non si assisteva a un’operazione di accentramento tanto radicale. Con il Recovery Plan il processo di federalismo regionale, che ha caratterizzato gli ultimi vent’anni, subisce una decisa retromarcia. Anche le task force di tecnici per monitorare l’attuazione delle politiche del Pnrr sono un segno della forza di attrazione di Palazzo Chigi rispetto al Parlamento e agli enti locali. La presidenza del Consiglio acquisisce un ruolo sempre più centrale nel processo politico.

I RISCHI 

a) La mancanza di leadership del Movimento 5 stelle. I 5 stelle sono il partito di gran lunga più ampio in Parlamento, ma vivono una crisi di lungo periodo. Giuseppe Conte per il momento non è riuscito ad affermarsi come unico leader in quanto sia il ministro degli Esteri Luigi Di Maio quanto il fondatore Beppe Grillo non ha lasciato il partito interamente nelle mani dell’ex primo ministro. Anche sul piano del programma non emerge una linea chiara dal Movimento. Una situazione che potrebbe indebolire l’Esecutivo Draghi nella discussione sulle riforme. Ad oggi infatti il Movimento appare diviso e ingovernabile e quindi più difficile da far convergere su un programma congiunto.

b) Lentezza delle riforme. Draghi non ha un tempo infinito. Al massimo nel 2023 si andrà al voto. Le ultime settimane sono state caratterizzate da una serie di colloqui con i leader di partito per negoziare sulle riforme da varare entro la fine dell’anno. Tuttavia, considerata la varietà della coalizione le trattative rischiano di andare per le lunghe, anche per le debolezze delle leadership dei partiti. Uno dei rischi principali è che l’Italia non riesca ad implementare le riforme immaginate da Draghi, in particolari in settori come la giustizia, il welfare ed il fisco. Nulla assicura che il vasto percorso di cambiamento progettato da Draghi in questi mesi possa essere completato entro il 2023. (Public Policy)

@LorenzoCast89

(foto: cc Palazzo Chigi)