Twist d’Aula – Il Def e le previsioni dei Governi: attesa smentita

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di Massimo Pittarello

ROMA (Public Policy) – Nella prima audizione sulla Nota di aggiornamento al Def il ministro Tria ha onestamente provato a rispondere alle critiche: se in passato il rapporto deficit/Pil è stato costantemente sottostimato è colpa della crescita economica, che è sempre stata invece sovrastimata. Corretto, ma se nel 95% dei casi le previsioni dei precedenti Governi sono state sbagliate, perché ora dovrebbero essere giuste?

Per il prossimo anno, infatti, il Governo prevede un aumento del Pil dell’1,5%, ma Confindustria dice +0,9%, Bankitalia +1%, Moody’s e Commissione Ue +1,1%, mentre solo ieri l’Fmi ha abbassato le previsioni di crescita globale di due decimali (da +3,9% a +3,7%). Va bene l’ottimismo e le componenti irrazionali dell’economia, ma secondo voi chi ha ragione?

Tra l’altro, di fronte alla commissione e prima che scrosciassero inusuali applausi, Tria ha annunciato che il rapporto deficit/Pil nel 2018 è all’1,8%, due decimali in più da quell’1,6% preso come base di partenza e da metro di riferimento nelle scorse settimane in tutte le mille polemiche, esplicite con Bruxelles e implicite con il Quirinale. Quindi, ad oggi, nel 2019 non ci saranno più otto ma sei decimali di disavanzo in più rispetto a quanto previsto; 9,6 miliardi in più da spendere e non più quasi 13.

Non proprio bruscolini se si guardano i numeri annunciati, le misure in cantiere, le promesse elettorali. Ma qualcosa di aleatorio se invece si guardano i dati a consuntivo. Da più parti, tra Mef e Ragioneria, si è provato a far sapere che il deficit per quest’anno potrebbe essere addirittura superiore ai 2,5% proprio per effetto di un calo del deflatore del Pil, cioè il denominatore del tanto discusso rapporto. Ma nessuno nella maggioranza pare voglia stare a sentire quei “maligni burocrati complottisti” di via XX Settembre.

Tuttavia potrebbero avere ragione, perché a guardare la differenza tra quanto previsto dai passati i Governi e poi quanto certificato dalla realtà, le discrepanze sono (quasi) sempre state di entità simile. Per esempio, nel 2018 il prudente Gentiloni previde per quest’anno il deficit a 1,2%, ma già siamo all’1,8%, quindi almeno 6 decimali più alti. Renzi, poi, scrisse nero su bianco che quest’anno il deficit sarebbe stato allo 0.3% (def 2016), a zero (def 2015) e a 0,4% del pil (def 2014). Chiamiamoli pure errori da “narrazione”, ma cambiando l’ordine dei fattori la musica non cambia.

Letta con il suo “cacciavite” nel 2013 sentenziò che l’anno successivo il deficit sarebbe stato al 2,3%, ma fu al 3% (0,7 di errore), poi all’1,8% nel 2015, ma fu del 2,6% (8 decimali) e infine dell’1% nel 2017, mentre abbiamo chiuso al 2,3% (1,3 di errore). Solo l’austero Monti nel terribile 2012 azzeccò la previsione dell’anno successivo (2,9%), salvo poi sbagliare di 1,3 punti per il 2014, di 0,9 nel 2015, di 1,2 per il 2016 e di 1,3 per il 2017.

Insomma, su 22 previsioni dei Def precedenti, solo una volta e cioè nel 4,5% dei casi l’obiettivo del rapporto deficit/Pil è stato raggiunto. In media l’errore è stato di quasi nove decimali, pari ad una spesa maggiore di circa 14 miliardi di euro ogni anno. Che moltiplicato per sette anni fa quasi 100 miliardi. Il tutto mentre investimenti in conto capitale e riduzione di tasse sono sostanzialmente rimasti nei libri dei sogni.

Nelle prossime ore continueranno le discussioni sul Def (si esamineranno anche 12 collegati e due ddl già depositati su pensioni e sul fisco), si voteranno risoluzioni, emergeranno scetticismi, si discuterà dell’influenza del Quirinale, della Bce, di Bruxelles, degli gnomi del mercato. Ma, stando alle costanti ricorrenze della storia recente e salvo #cambiamento, tutto questo è solo un rituale. Le misure della prossima legge di Stabilità, infatti, hanno il 4% di possibilità di centrare gli obiettivi di finanza pubblica. (Public Policy)

@m_pitta