Draghi qui, Draghi lì: i rischi, per lui e per il Paese

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Restare a Palazzo Chigi sotto il fuoco dei (provvisoriamente) rinvigoriti partiti oppure andare al Quirinale con il rischio di essere impallinato? L’incertezza è l’unica certezza di questa fase politica costruita sulla tattica. Certo è che l’ottimismo intorno a Mario Draghi va scemando, il che è comprensibile: se le aspettative altissime non vengono rispettate integralmente, allora bisogna chiedersi che cosa c’è di sbagliato (se c’è). Il presidente del Consiglio deve fare i conti con la composita maggioranza che ha a disposizione, il che non va dimenticato. Se c’è un dato che lo dimostra sono le proposte di modifica presentate alla legge di Bilancio; fronte dei 600 milioni di euro a disposizione, sono arrivate dai partiti 6.290 proposte di modifica. La maggior parte di loro sono di forze politiche che sostengono l’Esecutivo. Il che lascia intuire che cosa potrebbe succedere in due momenti chiave dei prossimi mesi: quando ci sarà da eleggere il prossimo presidente della Repubblica e immediatamente dopo, quando ci sarà da decidere che cosa fare con il Governo.

Domanda: ha senso un Draghi a Palazzo Chigi logorato, non per incompetenze proprie ma per limiti strutturali e di contesto? E ancora: avrebbe senso giocare Draghi al Quirinale con il rischio concreto di essere affossato da un Parlamento in cui i leader non governano i gruppi parlamentari? Forse un indizio ce lo dà Luigi Di Maio, che nei giorni scorsi ha illustrati i rischi per Draghi: “Noi dobbiamo proteggere il presidente del Consiglio dal toto nomi perché rischiamo di compromettere la legge di Bilancio. Se portiamo Draghi o Mattarella nel dibattito sul Quirinale indeboliamo le istituzioni”. Lasciamo stare il fatto che sia proprio uno come Di Maio a porsi il problema se le istituzioni vengono indebolite oppure no, e concentriamoci sul punto: il ministro degli Esteri ci sta dicendo che il M5s non è in grado di garantire compattezza elettorale su una candidatura. Troppe le incognite per un partito che ha appena concluso l’ultima di una serie di piroette ideologiche (quella sull’accesso al 2 per mille, appena votata online dagli iscritti: i sì sono stati 24.360, i no 9.531) e che si appresta a farne altre, magari rivedendo la sacra regola del limite dei due mandati in Parlamento. Un partito che insomma teme per il proprio futuro, tenuto conto che l’epoca non è più quella florida del 2018, quando i populisti conquistarono il Palazzo. Ragion per cui deputati e senatori del M5s hanno timore di non riuscire a tornare in Parlamento. Proprio loro che si consideravano cittadini con un mandato a termine, adesso scoprono la bellezza del potere e il fascino delle istituzioni.

Ma problemi ci sono dappertutto, nei partiti. La Lega è alla ricerca di una propria identità e per farlo ha congelato provvisoriamente il dibattito interno aperto, inevitabilmente, dalle misure di contenimento dell’emergenza sanitaria. Il Pd, che si crede maggioranza politica nel Paese dopo aver vinto le amministrative (già dimenticate, peraltro), cerca di regalare Italia viva al centrodestra e mantiene anzitutto vivo il dialogo con il M5s, con il quale vorrebbe condividere magnifiche e socialiste sorti. In questo contesto di disordine organizzato, Draghi rischia molto. Il percorso del Pnrr è ancora da completare, l’inflazione cresce, l’emergenza sanitaria prepotentemente si riaffaccia. Non basterà la crescita del Pil a rimediare, non è la panacea di tutti i mali. Un Draghi inconcludente potrebbe fare gola a molti nei partiti, che non vedono l’ora di riprendersi fino alle urne una centralità mancata, ma la domanda è: ce lo possiamo permettere noi che stiamo qui nel mezzo? (Public Policy)

@davidallegranti

(foto cc Palazzo Chigi)