Produttività e declino del Paese

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“Una situazione di incertezza per il futuro, sfiducia nelle autorità e stagnazione produce
spesso rabbia. Il che è un bene, perché l’alternativa sarebbe deprimersi e non fare nulla
per cambiare la situazione. Ma la rabbia prodotta dall’impotenza sublima in rancore,
risentimento e odio. Non può produrre nulla di positivo, perché non si basa su un’analisi
dei problemi, e non è il presupposto di un’azione costruttiva” (da Potere senza responsabilità)

di Pietro Monsurrò

ROMA (Public Policy) – L’Italia non cresce da decenni, e l’economia non sta meglio oggi che negli anni ’90: a stare peggio è il Paese, demoralizzato, incattivito e sfiduciato. Mentre tutto il resto del mondo è cresciuto, l’Italia ha ristagnato, con occasionali crolli da cui non ci si è mai ripresa. Occasionalmente si parla di aziende che chiudono, di disoccupati, di salari stagnanti, ma questi sono soltanto sintomi del declino: il problema è capirne le cause. Bisogna discutere di produttività: la capacità del sistema economico di produrre ricchezza a parità di lavoro e capitale. Questa dipende da molti fattori, principalmente il livello tecnologico e l’efficienza economica: se uso tecnologie migliori, e se spreco meno tempo e risorse, produco di più.

Alcuni economisti hanno fatto notare che la produttività italiana è ferma dagli anni ’90: mentre il resto del mondo era impegnato a usare i computer e internet per entrare nel XXI secolo, noi eravamo impegnati a superare il trauma della prima crisi finanziaria causata dal mostruoso debito pubblico prodotto dalle politiche allegre degli anni ’70 e ’80. La crisi dell’eurozona e dei subprime di un decennio fa, e l’epidemia Covid, hanno ulteriormente peggiorato la situazione. Perché non impieghiamo tecnologie migliori? Perché non allochiamo le risorse in maniera più efficiente? Perché siamo il malato d’Europa?

Impossibile fare una lista completa di ciò che non va. Come scrivo nel mio libro “Potere senza responsabilità”: “Nessuno ha costretto gli italiani ad accumulare un debito pubblico record, ad avere banche inefficienti e spesso controllate dalla politica, piccole imprese incapaci di innovare (e spesso anche di pagare i dipendenti), tasse elevatissime e concentrate sui fattori produttivi, infrastrutture inadeguate, interi settori (ad esempio trasporti locali e autostrade) organizzati monopolisticamente, energia elettrica a prezzi esosi, pratiche burocratiche inutili e interminabili, pochi laureati di cui pochissimi STEM (acronimo inglese delle quattro aree Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica), aziende decotte salvate ripetutamente dal contribuente (come Alitalia), scarsi investimenti in innovazione, giustizia civile, penale e amministrativa lente, inaffidabili e inadeguate, e un sistema politico basato sul voto di scambio sin dagli anni ‘60. Nessuno ha costretto gli italiani a preferire i prepensionamenti e il pubblico impiego alla spesa infrastrutturale, alla stabilità finanziaria, e a un sistema fiscale efficiente: gli italiani hanno venduto il proprio voto al miglior offerente per sessant’anni, garantendosi tranquillità nel breve termine a spese del futuro dei propri stessi figli.” Si può aggiungere che aziende protette dalla concorrenza possono perpetuare comportamenti inefficienti perché vivacchiano, o almeno sopravvivono, in mercati dove non corrono rischi: difficilmente premieranno il merito, si libereranno delle inefficienze, investiranno nei talenti. E c’è una avversione culturale a molti fattori fondamentali per la crescita economica: sfiducia nella scienza, diffidenza verso il merito, paura dell’innovazione, sospetto verso la responsabilità individuale (nei premi e nelle punizioni).

La lista dei problemi è troppo lunga. I problemi tendono a rafforzarsi a vicenda: inutile laurearsi in ingegneria se non si fa ricerca e non si innova, ad esempio, ed inutile essere produttivi se la tassazione sul lavoro è tra le più alte al mondo. E le soluzioni tendono ad avere costi ingenti nel breve termine: spostare risorse da un’industria malata ad una sana significa ammettere perdite, e licenziare persone. La politica è incapace di comprendere i problemi, di discuterne con competenza, e di proporre e attuare soluzioni: l’elettorato non è interessato, né ha gli strumenti per comprendere, queste questioni, e la classe dirigente preferisce preservare le proprie rendite di posizione. Manca la consapevolezza dell’esistenza di un problema profondo, perché si preferisce discutere degli effetti immediati, dei costi di breve termine che le necessarie riforme causerebbero, o di temi totalmente irrilevanti. (Public Policy)

@pietrom79