I problemi sono arrivati anche per Draghi // Nota politica

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di David Allegranti

ROMA (Public Policy) – Alla fine sono arrivati i problemi anche per Mario Draghi, che finora aveva adottato questo schema: ampia libertà di pollaio ai partiti sui temi identitari, pragmatismo di governo sull’emergenza sanitaria, conseguenze socioeconomiche e futuro del Paese. L’avvicinarsi della scelta del nuovo presidente della Repubblica e le ambiguità dello stesso Draghi sul proprio destino hanno però lasciato molta libertà di manovra ai partiti, che nonostante la loro fragilità hanno ripreso spazi di centralità politica. Il caso fiscale del “contributo di solidarietà” è esemplificativo e rappresenta un precedente importante. Il Governo aveva accettato, per perseguire una pace sociale con i sindacati, sempre in procinto di minacciare scioperi, di annullare gli effetti del taglio dell’Irpef per i redditi sopra i 75 mila euro, pari a 250 milioni di euro circa, con l’obiettivo di ridurre il caro bollette. Una decisione sostenuta dalla sinistra dell’Esecutivo, a partire da Pd e Leu. Fortemente contrari centrodestra e Italia viva.

Ad argomentare lungamente il no è l’economista Luigi Marattin, deputato di Italia viva: “In un anno in cui dedichi 8 miliardi annui ad abbassare le tasse (lo sforzo più importante dagli ’80 euro’ di Renzi nel 2014, che impiegarono circa 10 miliardi annui), sarebbe stato veramente curioso dire ‘tutti avranno vantaggi tranne un milione di persone, che non meritano neanche un euro’. Lanciando il segnale che gli individui di cui sopra (funzionari, quadri ecc) siano i ‘nemici’ da combattere, e non lo siano invece gli evasori, le multinazionali che pagano di tasse come il bar all’angolo, o chi vive di rendita beneficiando di sostanziosi – e non sempre giustificati – vantaggi fiscali. E l’idea insomma – già incontrata altre volte – che non si debba combattere la povertà, ma punire la ricchezza; con l’aggravante di non saperla neanche, davvero, riconoscere. Soprattutto se le risorse così risparmiate (248 milioni) avrebbero visto un impatto diciamo così… non proprio risolutivo”.

La proposta è stata ritirata quasi subito e per affrontare l’aumento delle bollette è stata trovata un’altra soluzione, segno che anche a Palazzo Chigi non la consideravano appunto una misura così “risolutiva”, per usare le parole di Marattin, che aggiunge: “In un sistema a scaglioni, quando abbassi le aliquote per i redditi medi e bassi è matematicamente inevitabile fornire qualche beneficio anche ai redditi più alti. Facciamo un esempio: se sui primi 30.000 euro di reddito pago il 10%, sui secondi (da 30.001 a 60.000) pago il 20% e sui terzi (da 60.001 a 90.000) pago il 30%, se abbasso la prima aliquota da 10% a 5% ne beneficia anche chi guadagna 91.000, perché sui primi 10.000 euro che porta a casa anche lui paga un’aliquota dimezzata”.

La soluzione adottata tuttavia non è indolore, come nota l’economista Veronica De Romanis: “Le risorse sono state trovate ‘tra le pieghe del bilancio’. A debito. Quindi a carico di chi avrà poco: giovani. Avanti così”. Perché il problema da affrontare resta: il caro bollette. Ma può uno come Draghi restare impigliato sul fisco? Nel migliore dei mondi possibili, assolutamente no. Probabilmente avremmo già una riforma adeguata all’urgenza dei tempi, a ridurre la pressione fiscale. Ma questo è solo il mondo che abbiamo a disposizione, in cui Pd e M5s governano con Forza Italia e Lega. Draghi risente di un condizionamento ovvio, ma quello che non può essere ovvio è che incoraggi questo condizionamento nel tentativo di cercare consenso politico per un futuro non del tutto chiarito. Non sarebbe da Draghi, diciamo.

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@davidallegranti

(foto cc Palazzo Chigi)